Lunedì, 18 Gennaio 2021

Ha ancora senso celebrare il 25 novembre? Sono gli stessi fatti di cronaca a smentire coloro che considerano inutile la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne banalizzando il fenomeno.
La violenza sulle donne non si è fermata nemmeno durante il lockdown imposto per contenere la diffusione del Covid-19.

La casa, che per tutti noi ha rappresentato il rifugio in cui difenderci dal virus, per molte donne non è stata un porto sicuro, ma una convivenza forzata con compagni violenti, una condanna inflitta nei modi più subdoli e crudeli, in balia di frequenti aggressioni domestiche sia verbali, come minacce e insulti, che simboliche e fisiche fino, talvolta, alla morte. Le donne maltrattate si sono trovate intrappolate dentro le pareti domestiche, spesso insieme ai loro figli, alla mercé del proprio carceriere e di continue tensioni che nella normalità erano stemperate dalla possibilità di movimento.
Già dopo le prime settimane di serrata, sono aumentate le richieste di aiuto nei centri antiviolenza, anche se questo non si è tradotto in un aumento delle denunce, attribuibili in parte alle restrizioni legate al Covid o ancora alla difficoltà di ritagliarsi un momento di privacy o di allontanarsi dalla propria casa. Il dato preoccupante è contenuto nel Dossier Viminale, presentato dal Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, in occasione della conferenza stampa di Ferragosto. Come riportato nella relazione, negli 87 giorni di lockdown per l’emergenza Covid-19 (9 marzo - 3 giugno 2020) sono triplicati i femminicidi in ambito familiare-affettivo rispetto al periodo senza restrizioni: si è passati da circa un omicidio in media ogni sei giorni a un omicidio ogni due, per un totale di 44 omicidi che hanno avuto per vittima una donna (il 75,9%). La violenza contro le donne non è solo una piaga sociale, ma una vera e propria emergenza mondiale ben radicata. È il retaggio di una società patriarcale e maschilista, riflesso di un’avvilente sofferenza mentale che porta molti uomini, di qualsiasi classe sociale, a considerare la donna un oggetto di loro proprietà; ricalca l’esasperato bisogno di controllo sulla vita della donna fino a negarle il diritto all’emancipazione e i diritti di libertà e uguaglianza che trascendono le questioni di genere.
Perché omettere un problema di tale portata e non considerare il 25 novembre un’ulteriore occasione per promuovere attività di sensibilizzazione e informazione? In questa data, ogni anno, a partire dal 2000, si organizzano in tutto il mondo eventi e manifestazioni per ricordare le donne vittime di violenza. Una maratona di celebrazioni, non sempre guidate da buoni propositi, in cui, come al solito, si toccano vette di stucchevole retorica, superficialità e strumentalizzazioni a cui seguirà già dall’indomani quella silente indifferenza che dilaga in tutti gli altri giorni dell’anno. Ci diletteremo a lanciare appelli, a condividere post sui social con le scarpe rosse simbolo di questa ricorrenza, ma il tutto finirà allo scattare della mezzanotte. Le istituzioni hanno il loro compito, ma ognuno ha il suo non meno importante da portare avanti ogni giorno: sono gli atteggiamenti, i gesti e le parole a fare la differenza. Rimane il fatto che ancora oggi la dimensione femminile è oggetto di una disparità di giudizio e di trattamento e che il tema delle pari opportunità nel mondo sociale, lavorativo e umano deve essere forzatamente al centro dell’interesse anche in tempi di Covid. Solo facendo rumore, solo essendo comunità educante, solo impegnandosi al richiamo del rispetto partendo dall’uso di un linguaggio attento alle differenze di genere si può lavorare per la tanto paventata società scevra di discriminazioni, anche se la strada è in salita.

Pagina a cura di
Erika Orrù
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