Mercoledì, 23 Ottobre 2019

Progetto1

Non voglio la vostra speranza. Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in un’emergenza. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è...

di Chiara Miscali

La nostra generazione, i millennial, non è abituata a sentire le cose sulla propria pelle, arriva tutto da lontano: sentiamo i giornalisti che raccontano di vasti incendi, servizi sull’innalzamento delle maree, continui aggiornamenti sul feed dei social che ci mettono in guardia su un imminente futuro. Un futuro che un giorno non potrà mai diventare un “e vissero felici e contenti”, un futuro che di tranquillità ne avrà ben poca.

Credo che quando capiremo che siamo veramente noi gli artefici del nostro futuro, allora, solo allora, quel futuro potrà essere migliore. Ma al giorno d’oggi le cose cambiano troppo velocemente, a tal punto che non si può più parlare di singoli che fanno la differenza, nessuno da solo può fare qualcosa per guarire il nostro pianeta malato e solamente tutti insieme possiamo trovare la cura, l’antidoto. Una cura che già esiste, che già conosciamo, ma siamo troppo orgogliosi per somministrarla. Gli interessi verso il denaro sono il problema, il dilemma sta nella classe al potere che è sopraffatta da quel senso sbagliato di vedere il mondo, che si dimentica del punto di vista umano, che preferisce vivere sulla propria isola felice, mentre tutto intorno le altre terre vanno a fuoco e il mare è diventato acido e inquinato.

Ed ecco perché siamo proprio noi, nuove generazioni, che dobbiamo destarci da questo sonno che ci attanaglia le membra, che dobbiamo smettere di rinchiuderci in una piccola isola felice, perché, piano piano, quel male, di cui almeno in parte siamo responsabili, ci intaccherà comunque. E allora, non ci sarà più niente da fare, anche oggi rimane ben poco tempo per somministrare quell’antidoto: per smettere inquinare, per smettere di infliggere tanto odio a una natura che ci ama, se noi l’amiamo. Una natura che ci ha donato la vita. La nostra casa è in fiamme, e siamo tutti rinchiusi in campane di vetro, con gli occhi e la mente chiusi. È arrivata l’ora di aprirli, è arrivata l’ora di uscire dalla campana di vetro e di andare personalmente a spegnere l’incendio. È arrivato il momento e non si può più aspettare.

Sussistono differenti teorie per quanto riguarda il comportamento a cui i giovani si attengono in materia di cambiamento climatico. C’è chi preferisce andare in piazza a protestare, chi attraverso cartelli colorati, discorsi e ideali fa sentire la propria voce, quindi coloro che aderiscono a iniziative quali il Friday for future, che ha visto studenti di tutto il mondo per le strade delle città, con cartelloni stretti in mano, grida di rabbia e liberazione. A sostenere tali comportamenti tra i giovani, abbiamo visto anche il Ministro dell’Istruzione, che attraverso una lettera indirizzata a tutti gli istituti invitava i ragazzi alla protesta, a farsi sentire, dicendo che quello sarebbe stato l’unico modo per far cambiare qualcosa. Ma, pur non avendo tutti i torti, c’è anche chi preferisce affrontare la cosa in silenzio, chi, anziché scendere in piazza rimane nelle aule a formulare idee concrete su come sia possibile risolvere alla radice il problema, chi preferisce non esporsi e lavorare nel suo piccolo, informarsi e capire, chi non è d’accordo con lo stesso ministro: “le grandi cose si muovono in silenzio”. Ma, d’altronde il mondo lo si cambia insieme, in particolare attraverso idee differenti, che coesistono e vengono indirizzate verso un unico e ideale progetto: che a oggi non è più la salvaguardia del nostro pianeta, ma l’ultima mano d’aiuto che possiamo prestargli. L’estremo pentimento che dovrebbe colpire ognuno di noi. Perché se anche la fine del mondo non è imminente, per qualcun altro, in un futuro non troppo lontano, lo sarà.

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