Domenica, 16 Agosto 2026

 

Recentemente, a partire da febbraio fino all’8 marzo, in occasione della festa della donna, sono andati in onda in vari canali TV una serie di spot, patrocinati dalla Fondazione Pubblicità Progresso, aventi come centro la donna: nell’intenzione degli ideatori, cioè quattro associazioni femministe, con essi si sarebbero voluti mettere in luce i diritti delle donne. 

* di Fabrizio Sanna, Laureato in filosofia, specializzato in bioetica e formazione

Senonché, tra queste pubblicità, ce n’è stata una riguardante il presunto diritto all’aborto: la legge 194 consente l’interruzione volontaria di gravidanza, recita una voce, lei è libera di scegliere. E, dopo aver citato la legge 119/2013 che stabilisce pene più severe per i reati di femminicidio, maltrattamento e stalking, l’invito finale: Prendiamoci cura dei nostri diritti perché tutto quello che oggi è normale continui a esserlo anche domani. Si tratta insomma di un vero e proprio spot a favore dell’aborto.

La pubblicità ha suscitato la reazione del mondo prolife, in particolare dell’Associazione Pro Vita e Famiglia, che ha chiesto di sospenderne la trasmissione. Le idee contenute nello spot sono veramente condivisibili? Davvero l’aborto è un diritto umano? Davvero l’aborto può essere giustificato semplicemente sulla base della semplice libertà della donna? Davvero l’aborto è normale e deve continuare a essere considerato tale?

Ora, l’aborto, rispetto ai diritti delle donne e ai diritti umani, non può essere considerato né come una conquista né come un diritto: se un diritto, da un punto di vista filosofico, è qualcosa che deve valere per tutti ed essere esteso il più possibile in vista del suo valore, è chiaro che l’aborto, che consiste in un evento comunque negativo, la soppressione di un figlio prima della nascita, non può essere assurto a conquista o diritto, cioè essere considerato positivamente. Anche chi è a favore dell’aborto non può non pensare che la vita nascente debba essere il più possibile tutelata: ogni figlio, ogni essere umano è unico e irripetibile.

Certamente, esistono condizioni che rendono comprensibile il fatto che una donna si orienti all’aborto; ma comprendere non significa condividere: occorre distinguere le condizioni che possono portare una donna a pensare ad abortire dall’atto in sé, sempre inaccettabile, di porre fine alla vita del nascituro. Occorre, più che permettere l’aborto, rimuovere quelle condizioni che possono portare a esso. Tra queste ve n’è una di ordine culturale: cioè l’idea che basti semplicemente il riferimento alla volontà della donna per legittimare la pratica dell’aborto. È vero che la donna non può essere obbligata con la forza a portare avanti una gravidanza, perché ciò sarebbe un atto di violenza. Ma allo stesso modo è ingiusto riconoscere come diritto la pura volontà di abortire: la volontà non è il fondamento del diritto.

Diciamolo apertamente: la legge 194 depenalizza l’aborto ma non lo riconosce come diritto. Manca infatti in essa qualsiasi riferimento al principio dell’autodeterminazione della donna. Se l’aborto fosse un vero e proprio diritto umano non sarebbe possibile appellarsi all’obiezione di coscienza, com’è invece permesso dalla legge. Possiamo, infine, considerare normale il ricorso all’aborto? Il cammino dei diritti umani deve seguire la via di una sua normalizzazione, e del suo riconoscimento come diritto?

Apparentemente, se non ci fosse una legislazione permissiva in materia, alcuni non potrebbero vivere coerentemente con la propria visione del mondo e con la propria coscienza. Ma, va ricordato, il primo dei diritti umani è il diritto alla vita, diritto che deve spettare a ogni uomo. La libertà di pensiero (anche sul tema dell’aborto) è certamente giusta e non dev’essere vietata: ma non si può far discendere dalla libertà di pensiero, che è un diritto, una libertà d’omicidio.

Per concludere, ricordiamo che il 4 luglio del 1776, la Dichiarazione d’Indipendenza americana recitava: tutti gli uomini sono creati uguali. Affermazione vera, ma che era falsificata dal fatto che vari e ampi settori della società del tempo (donne, africani, schiavi…) non erano riconosciuti, nonostante l’appartenenza alla comune umanità, uguali in dignità e diritti. Oggi, dopo due secoli, siamo arrivati a riconoscere che in effetti anch’essi debbano poterne godere come gli altri uomini. Il fine del cammino dei diritti umani consiste appunto nell’estensione di tali diritti a tutti gli esseri umani. E il nascituro non è forse anch’egli un essere umano?


 

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