Domenica, 19 Gennaio 2020

Progetto1

Nei mesi scorsi si è risollevata l’immancabile denuncia sul sovraffollamento nelle carceri della Penisola e nel nostro territorio. Abbiamo incontrato Paolo Mocci, avvocato e Garante per i Diritti dei detenuti per capire meglio la situazione e iniziare un discorso che possa farci conoscere meglio le criticità negli Istituti di pena...

a cura di M. A. C.

In che modo possiamo comprendere il fenomeno del sovraffollamento carcerario?

È necessario porre un’importante premessa per evitare, come spesso avviene, che il fenomeno possa diventare pretesto per campagne demagogiche e giustizialiste. Il Ministero di Grazia e Giustizia svolge annualmente un’indagine demografica sulla popolazione carceraria, che può essere consultata sul sito del Ministero. Nell’analizzare i dati generali (aggiornati al 31 agosto 2019) ci rendiamo conto che il numero dei detenuti nei 189 istituti italiani supera di gran lunga la capienza regolamentare: 60.741 detenuti per 50.469 posti. paolo mocciPertanto, notiamo che il problema è reale. Tuttavia, se controlliamo regione per regione (e successivamente per singolo istituto) ci si rende conto che le situazioni sono estremamente differenti. Solo un esempio: mentre negli 11 istituti pugliesi sono presenti 3784 detenuti a fronte di 2319 posti regolamentari, nei 10 istituti sardi si contano 2281 detenuti per 2706 posti regolamentari. Per stare vicino a noi, nei dati del rilevamento risulta che il numero dei detenuti a Massama e dei posti regolamentari è di 265 per entrambi. Nella colonia penale di Isili il rapporto è 96 detenuti su 130 posti disponibili. Dunque, a livello numerico il problema è fasullo.

Intende dire che bisogna saper leggere meglio i dati e andare più a fondo rispetto a una mera indagine statistico-anagrafica?

Certamente. Se, da una parte, il problema numerico è una criticità costante, dall’altra non può essere considerato né l’unica né la principale piaga del sistema carcerario italiano. Forse potremmo riflettere in modo più adeguato e sistematico sullo spazio che ogni detenuto deve avere nella propria cella. La Corte Europea per i Diritti Umani, dopo la famosa sentenza Torreggiani del 2013, decretò che lo spazio vitale per ogni detenuto deve essere di 3 mq escluse le suppellettili. A molti potrebbe sembrare uno spazio poco congruo alla detenzione, quando essa è vista solo come pena detentiva. Durante il pernottamento di una settimana in una camera d’albergo come state se aprite la valigia e sistemate in modo confuso il vostro abbigliamento? Pensate cosa significa questo per una persona che deve passare in una piccola cella 20 o 30 anni o tutta la vita. In una logica giustizialista questo è scontato, in una dimensione in cui l’umanità del colpevole è al centro, non si può ammettere ciò.

Molti potrebbero obbiettare che i detenuti rischiano di avere più diritti e confort delle persone libere.

La detenzione, in qualsiasi ordine di cose, non è mai confortevole. Dostoevskij sosteneva che “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Questa affermazione è capitale per rendere tutti i cittadini consapevoli di cosa si viva in carcere e in modo speculare come viva la società esterna. Provocatoriamente possiamo dire che fino a che in carcere non sono garantiti i diritti necessari dei detenuti, non si può essere certi che la società libera possa essere certa di essere civile.

Ministero 1b crop

A questo proposito, cosa si può dire della possibilità di istruzione, di crescita sociale e di formazione professionale negli istituti di pena?

L’istruzione è un diritto generale e tutti, in teoria, possono frequentare un percorso didattico e scolastico e perseguire il titolo. Tuttavia, l’assetto strutturale del carcere nega continuamente il diritto per ragioni di sicurezza o di convivenza. Nella fattispecie, se due detenuti che non possono stare in una classe per ragioni pregresse e che minerebbero la serena convivenza, a uno dei due viene negata la possibilità di formarsi. Una tra le strade possibili per rimediare a questa falla, sarebbe pensare le nuove strutture con due modalità: una del Ministero di Grazia e Giustizia e una con gli obiettivi del Ministero dell’Istruzione. Per semplificare, basterebbe avere più spazi dediti alla formazione.

Ministero 2b crop

Il discorso di fa interessante. Quali fenomeni preoccupanti combatterebbero lo studio, l’istruzione, la formazione?

Il problema più grande in carcere si chiama suicidio, autolesionismo, annichilimento. La tendenza a infliggersi sofferenza fino alla morte è sempre più frequente, non solo nei detenuti ma anche nei detentori. La vita in carcere per il comparto della Polizia penitenziaria non è meno pesante di quella di chi è rinchiuso in cella. Turni massacranti e prolungati, tensioni continue, convivenza in situazioni difficili rendono la vita negli istituti di pena a rischio. Esistono dei protocolli preventivi antisuicidio che spesso non vengono applicati, generando fenomeni violenti.

Il nostro colloquio non può fermarsi qui. Tuttavia, per concludere quest’analisi, cosa potrebbe sperare per il prossimo futuro?

Spero in una società che sappia leggere, voglia leggere e possa leggere. Non si tratta di sperare in cambiamenti utopici e repentini. Occorre invece uscire dal desiderio di consenso immediato a vantaggio di progetti che permettano alla società civile una presa di coscienza dei fenomeni per capire cosa sia il carcere nei suoi molteplici aspetti. Fino a che i cittadini non hanno la capacità di capire ciò che leggono, non desiderano andare a fondo sulla natura dei fenomeni e non si interrogano sulle criticità, non possiamo sperare in un cambiamento.

 

Pin It

Leggi anche

Iscriviti al nostro canale youtube

Guarda i nostri video dalla diocesi

YouTube icon