Giovedì, 19 Luglio 2018

“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa. L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica, come ci spiega la prof. Barbara Cadeddu.

di Veronica Moi

 

Professoressa Cadeddu, di cosa si occupa nella sua attività accademica?

Sono un’ingegnera e nella mia attività accademica mi occupo di un tema specifico, che è il rapporto tra lo spazio e la società. È l’approccio che metto in pratica con la ricerca, a cui si alterna la pratica in “luoghi di margine”, come le periferie, i campi rom, le carceri. Il mio lavoro si basa sulla ricerca di soluzioni concrete alle nuove esigenze del vivere, le quali hanno tempi di evoluzione diversi rispetto a quelli delle politiche pubbliche. La mia tesi di dottorato, infatti, è intitolata “Tattiche e strategie per risignificare la città contemporanea”, e mette a confronto le tattiche messe in atto quotidianamente dalle persone per modificare i propri spazi di vita, con le strategie di riqualificazione urbana che fanno parte dell’agenda politica. Faccio un’indagine sul campo preoccupandomi di restituire informazioni alla società, non solo di portare gli studenti ad imparare qualcosa.

La gestione degli spazi passa attraverso l’osservazione. Cosa emerge dal primo impatto col carcere?

Lo spazio è fatto anche dal modo in cui viene utilizzato e in carcere anche le piccole cose che appaiono insignificanti, diventano un problema. Qualunque cosa deve essere in vista: questo è un principio fondamentale di un’edilizia carceraria che fatica tanto ad evolversi in relazione a come si è evoluto il pensiero giuridico e il “senso della pena”. Barre ovunque, talvolta arrugginite, umidità, assenza di colori, l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Quando nasce il progetto? Con quali figure professionali ha interagito?

Il progetto è nato quando avevo un incarico amministrativo, e Federica Palomba, funzionario della professionalità di servizio sociale presso il Centro di Giustizia Minorile per la Sardegna, mi ha presentato la situazione del carcere minorile di Quartucciu. È una struttura di massima sicurezza, sulla quale nel tempo si sono fatti pochissimi investimenti in termini di manutenzione e cura, dal momento che l’amministrazione centrale del ministero pensava ad un trasferimento dei minori in uno spazio più adatto. Mi riferisco a condizioni precarie sia per i ragazzi che gli operatori. Federica mi aveva chiesto aiuto per cercare risorse e idee in un momento politico particolare perché il Ministro Orlando stava lavorando alla riforma dell’ordinamento penitenziario attraverso una consultazione pubblica sull’esecuzione della pena articolata in 18 tavoli su 18 discipline e uno di questi riguardava lo spazio della pena: come deve essere il carcere in base alle esigenze costituzionali. L’Unione Europea ha anche sanzionato l’Italia per lo status dei detenuti, dal momento che si tendeva a considerare i luoghi di reclusione come dei contenitori e non come ambienti volti alla rieducazione.

In che modo la realtà accademica dell’ingegneria e dell’architettura può coniugare i suoi obiettivi con l’amministrazione della giustizia?

Saper leggere le esigenze e tradurle in concreto è la terza missione del mondo accademico, quindi ho convocato a Cagliari l’architetto Luca Zevi, consulente del Ministro Orlando per gli aspetti legati all’architettura carceraria, Valentina Calderone presidente di “A buon diritto”, che opera in favore dei più deboli e chiesto il supporto di Luigi Manconi (Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato). Insieme abbiamo scritto un protocollo d’intesa e abbiamo potuto mettere in contatto il dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Cagliari e il Centro di Giustizia Minorile per la Sardegna, di cui il carcere è un servizio.

Ci siamo confrontati con tutti gli operatori che a vario livello operano all’interno dell’Istituto e, con Ester Cois, sociologa, abbiamo potuto interfacciarci anche con il mondo della scuola, nel quale vengono gestite spesso delle situazioni difficili, e anche con i medici della asl, con l’area della sicurezza e dell’educativa. Abbiamo fatto tutto con grande discrezione proprio per la molteplicità di attori che convivono nell’IPM, portatori ciascuno di un proprio sistema di regole e di una visione.

Cosa e chi ha fatto la differenza?

Le persone fanno sempre la differenza. Interagire con una brava direttrice, con ottimi educatori e con un comandante di reparto della polizia penitenziaria aperto al cambiamento, fa la differenza, soprattutto in circostanze come queste. Dapprima, ho portato il carcere all’università attraverso incontri tra studenti, agenti ed educatori che hanno raccontato la realtà carceraria in aula. Il carcere è un tema che, oltre a non essere compreso nei manuali di ingegneria e architettura, non è pienamente compreso dall’esterno, ce ne facciamo un’idea attraverso la TV, ma è anche un’idea sbagliata. Quando iniziano il corso di progettazione architettonica, chiedo ai ragazzi di scrivere le loro impressioni e queste non corrispondono quasi mai con quel che emerge al termine, in seguito a numerosi incontri con i detenuti.

Cosa rimane da questa esperienza?

Il legame che si è creato, la disponibilità degli studenti, l’assenza di attriti e di pregiudizi. Sono questi gli elementi che mi hanno colpito di più. Alice ha fatto un piccolo miracolo perché durante la fase di realizzazione della sua tesi sono nate proprio delle amicizie e questo è tutto! È quello che veramente dorrebbe fare un carcere: ricucire il legame tra la società e il giovane che ha commesso un errore, altrimenti diventa un luogo di segregazione.

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