Mercoledì, 24 Luglio 2019

Progetto1

SCHEDA
Titolo: Figlia Mia, Italia, 2018
Regia: Laura Bispuri
Genere: drammatico
Durata: 90’
Musiche: Nando di Cosimo
Interpreti e personaggi: Valeria Golino: Tina, Alba Rohrwacher: Angelica, Sara Casu: Vittoria
Giudizio: Una storia drammaticamente reale e contemporanea, ambientata solo geograficamente nel Sinis. Il film racconta una storia di donne, dal degrado morale delle due madri spunta un tenero e doloroso fiore: un’adolescente in cerca di verità e di amore.
Voto: 9

a cura di KINO

Pur non amando i film italiani, ho deciso di vedere Figlia Mia di Laura Bispuri, che racconta una storia drammatica. Amara come certe cronache che vediamo nel tg o leggiamo nei giornali. Una storia di donne protagoniste in un mondo, ancora una volta di uomini distanti e poco sensibili. Un affresco naif che dipinge il tragico confronto tra due madri che si contendono l’amore di una figlia, due visioni della maternità molto diverse, agli antipodi, in contrasto e che generano solo emarginazione e violenza camuffata da sprazzi incolori di sentimenti, in fondo, tutti caratterizzati dall’egoismo. Il film, in concorso al 68° Festival internazionale del cinema di Berlino, è stato girato nelle assolate campagne del Sinis, tra Cabras, Riola e San Vero Milis. Alcuni mesi fa ho avuto la fortuna di leggere la sceneggiatura, in occasione della richiesta pervenuta alla Curia di concedere l’autorizzazione a girare alcune scene nella piccola chiesa di San Giuseppe a Cabras. Dopo aver letto la trama, l’arcivescovo, tramite gli organi della Curia, ha concesso l’autorizzazione: la regista per questo motivo, nei titoli di coda, ringrazia mons. Sanna e alcuni sacerdoti che hanno collaborato, in particolare don Graziano Orro che appare, in due piccoli cammei, interpretando se stesso, cioè un prete che insegna a suonare l’harmonium alla protagonista.

figlia mia 1

La regista, per calare la sua storia in una Sardegna marginale, non ha scelto la Costa Smeralda o il Supramonte, ma l’assolato e ruvido territorio del Sinis con scene che ripropongono non solo le nostre bellissime coste ma anche il desolato e arido interno, presentandoci pure le campagne di Riola, col suo famoso crossodromo. Molte belle le scene che mostrano lo stagno di Cabras e le zone della peschiera di Pontis. Il racconto è essenziale e drammatico. Lo scopo di questa scelta - nel contesto di una storia che avrebbe potuto essere raccontata ovunque nel Sud d’Italia, visto che si tratta della contesa tra due madri, l’una biologica e l’altra adottiva, per una bambina di dieci anni - è probabilmente la voglia di raccontare pulsioni e sentimenti ancestrali e antropologicamente radicati in un territorio ancora naturale, privo delle sovrastrutture e dei riferimenti delle periferie delle grandi città.La scelta è legittima, anche se non mi ha del tutto convinto: in fondo si tratta di una vicenda che, pur drammatica e attuale, è fuori dal nostro contesto oristanese e anche sardo. Perciò (ed è una delle pochissime pecche del film) il racconto, pur avvincente e drammatico, risulta, per così dire, troppo sovrastrutturato. Alla vicenda probabilmente serviva questo tipo di ambiente per trovare un qualche appiglio reale. Per il resto: ottima cura nelle scene, nel racconto, nella fotografia e nella musica.Una nota di grande plauso al fotografo Vladan Radovic che è riuscito a restituire allo spettatore non solo i colori del Sinis ma anche la temperatura umana e sociale delle popolazioni che lo abitano. Bravissima e naturale la recitazione della piccola Sara Casu, nel ruolo intensamente drammatico della protagonista che parla pochissimo ma scruta i colleghi e gli spettatori con uno sguardo intenso, addolorato e pieno di sorpresa per una vita che avrebbe voluto diversa.

 

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