Domenica, 17 Maggio 2026

 

 

 

 

Il cosiddetto Rosatellum, ovvero il nuovo sistema elettorale delle Politiche del 4 marzo, assume tanti sostenitori quanto oppositori. In parte, ciò è dovuto allo scenario che avremo a partire dalla mattina del 5 marzo, quando i calcoli per la trasformazione dei voti in seggi entreranno nel vivo. Prima di tutto, se lo dobbiamo proprio etichettare, che tipo di sistema è?

di Carlo Pala, politologo Università di Sassari

Ovvero, secondo la classifica definizione, è un sistema maggioritario (cioè, che decreta vincitorenei collegi anche chi ottiene un solo voto in più degli altri) o proporzionale (cioè, che tende ad attribuire il più possibile tanti seggi a quanti voti)? La risposta, al momento, sarebbe un sistema misto. Il condizionale è ancora d’obbligo perché neppure gli studiosi di sistemi elettorali hanno trovato un accordo sulla classificazione. Vediamo un po’ di chiarire. Il 4 marzo eleggeremo la nuova Camera dei deputati e, dai 25 anni, il Senato della Repubblica, con due schede diverse. A parte il voto all’estero (dove verranno eletti 12 deputati e 6 senatori), ogni scheda ci fa eleggere il 36% dei deputati e senatori con un sistema maggioritario. Questo vuol dire che l’Italia è stata “spezzettata” in diverse parti, con popolazione omogenea, chiamate collegi: per il Senato sono 116 e per la Camera 232. In ognuna di queste parti d’Italia si svolgono competizioni uninominali: verrà eletto solo il candidato deputato o senatore con un solo voto in più degli altri. Ma come eleggiamo altri 193 senatori e 386 deputati, ovvero il restante 64%? Con la quota proporzionale del sistema, ovvero in modo proporzionale nei cosiddetti collegi plurinominali, dai qualipossono essere eletti più candidati sulla base della proporzione dei voti presi da un partito in tutta Italia e in ambito territoriale. Già, i partiti. Questi si possono presentare da soli (come il M5S o Liberi e Uguali) o in coalizione (come il centrosinistra, che ha il Partito Democratico, Insieme, Civica popolare e +Europa; e il centrodestra, con Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-UdC). Siccome nei collegi plurinominali di Camera e Senato ogni partito corre per conto suo, c’è una soglia di sbarramento, ovvero una percentuale di voti da superare per entrare in Parlamento. Tale soglia è prevista nel 3% per una lista singola, cioè che non si presenta alleata con nessuno, e nel 10% per le coalizioni. All’interno di queste ultime, sopra il 3% si ottengono parlamentari, ma se si ottiene tra l’1% e il 3% si contribuisce lo stesso ad “aumentare” la proporzione degli eletti degli altri partiti nella coalizione che abbiano superato il 3%. C’è anche un discorso da fare su liste in Regioni speciali con minoranze linguistiche e liste che sono presentate solo in una Regione: riguardando la Sardegna, lo verificheremo la prossima volta. Inoltre, l’elettore non può esprimere preferenze quando vota un partito nell’ambito proporzionale (il listino è bloccato, e si eleggono i candidati in ordine di presentazione nel listino), mentre, tra i vari candidati nel collegio uninominale di Camera e Senato, può scegliere un particolare candidato.
Il sistema che abbiamo provato a delineare si traduce nella politica italiana se ci si chiede: ma quindi chi vince alla fine? Teoricamente nessuno, perché la legge non prevede il cosiddetto premio di maggioranza, ovvero quella quota attribuita a chi (lista singola o coalizione) stia avanti agli altri, ma non abbastanza da vincere completamente. Questo di fatto, secondo diversi calcoli, porterebbe a rintracciare nel 41%-42% la percentuale necessaria per poter governare. La realtà però è un’altra. Oggi in Italia, verosimilmente, nessun partito o coalizione è dato raggiungere tale soglia ipotetica, ciò che impedisce una risposta chiara alla domanda di cui poco sopra. Infatti, il nostro Paese è diventato tripolare e qualunque polo vinca (centrodestra, centrosinistra, M5S), verrebbe comunque superato dalla somma degli altri due e di chi si presenta al di fuori di essi. Una situazione di fatto talmente ingarbugliata e complicata che diversi esperti e personaggi politici paventano una probabile incostituzionalità del Rosatellum. Non resta che aspettare il 5 marzo; e non è detto nemmeno che le urne non si riaprano a breve.

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