Non posso vivere senza suonare. La musica è una passione irrinunciabile: non riesco neppure a immaginare la vita senza le note. Devo ascoltare, devo suonare. Emanuela Serra, oristanese, professoressa di Pratica della lettura vocale e pianistica per la didattica della musica al Conservatorio Luigi Canepa di Sassari da ventitré anni, ha dedicato la sua vita alla musica. Confrontarsi con un’artista non è mai semplice. Si ha spesso la sensazione di non riuscire a varcare quella soglia misteriosa che conduce alla comprensione del meraviglioso mondo evocato dalla potenza espressiva della musica, un mondo che ancora oggi risuona attraverso il mito. Ma abbiamo avuto occasione di incontrarla ed è stato un piacere rivolgerle qualche domanda.
* a cura di Antonello Carboni, foto copertina di Manuela Manca
Come ha iniziato a suonare? Sono stati i suoi genitori a indirizzarla allo studio del pianoforte?
In realtà è stato un caso o almeno così sembrava. I miei genitori acquistarono da un antiquario alcuni arredi, tra cui un pianoforte verticale, che venne collocato nel soggiorno di casa. Avevo sei anni, ero piccola. Cominciai a esplorare per gioco quel mondo in bianco e nero fatto di tasti. E mi ci sono ritrovata. Lentamente mi sono abbandonata a quei suoni, a quelle vibrazioni. Ho suonato a orecchio per diversi anni.
Poi ha deciso di intraprendere lo studio seriamente?
Sì, mi sono iscritta alle scuole medie con indirizzo musicale e subito dopo al Conservatorio, e ho proseguito con sempre maggiore dedizione ed entusiasmo.
Quando ha capito di voler insegnare?
All’ottavo anno di Conservatorio ho capito che volevo diventare insegnante. Ma ho anche compreso che il solo diploma non sarebbe bastato: avrei dovuto continuare a studiare ancora a lungo e così sono andata incontro a molti anni di studio ancora attraverso specializzazioni, corsi, perfezionamenti, master, fintantoché sono giunta a Sassari.
Lei che li osserva da vicino, che rapporto hanno i giovani con la musica?
Ho visto tanti ragazzi a Oristano che sono appassionati di musica, studiano, suonano, cantano e ascoltano musica di qualità. Insegno anche alla Scuola Civica di Oristano di cui sono vicedirettrice: ho il polso della situazione non solo di chi entra al Conservatorio perché vuole fare della Musica una professione di vita, ma anche chi, come iscritto in una Scuola Civica, voglia dedicare, senza grande impegno e preoccupazioni, una parte della sua vita ad approfondire e dilettarsi attraverso lo studio di uno strumento.
Sono cambiate le regole per iscriversi al Conservatorio?
Un tempo c’erano limiti di età, oggi non più. Però devi avere fatto un liceo musicale o comunque devi saper suonare uno strumento. Prima ci si iscriveva dopo la scuola media oppure la si faceva direttamente al Conservatorio. Chi si iscrive poi in Didattica della musica ha deciso di fare principalmente il docente.
Quale concerto le è rimasto nel cuore?
Al Teatro Garau, avevo 27 anni, c’erano tanti amici e parenti, lo ricordo come molto impegnativo, era un concerto da solista. A dire la verità mi viene in mente anche l’ultimo che ho fatto sempre al Garau qualche anno fa, Il carnevale degli animali. Suonare nella propria città comporta sempre un’emozione particolare, legata agli affetti, all’identità dei luoghi, ai ricordi che lucidamente emergono.
Che musica ascolta?
Ho la passione per la musica del Novecento, mi piace molto la musica di Avanguardia, e mi piace un musicista ungherese che si chiama György Ligeti. Musica dissonante.
Una battuta sulle potenzialità dell’Intelligenza artificiale?
Francamente mi spaventa.
Quando la sentiremo suonare di nuovo a Oristano?
Chissà, magari presto, anche con una formazione, non necessariamente da solista. Oggi vivo la musica con più leggerezza. Forse.
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