Lunedì, 15 Giugno 2026

 

Lo scorso 7 luglio era partito con l’Arcivescovo Roberto e don Maurizio Spanu, direttore della Caritas arborense e cappellano del carcere di Massama, alla volta del Perù per fare visita alla diocesi di Sicuani dove, da 25 anni, opera don Luciano Ibba, sacerdote Fidei Donum della nostra Arcidiocesi. In realtà per Matteo Lutzu, nostro seminarista arborense, quel viaggio era più di una visita: era programmato, infatti, che stesse con don Luciano per due mesi per una esperienza di missione ma anche di discernimento vocazionale all’interno del suo percorso verso il presbiterato.

Matteo è rientrato lo scorso 6 settembre e abbiamo voluto rivolgergli alcune domande per sapere da lui come è andata.

Come è nata l’idea di vivere un’esperienza in missione?

È nata molto tempo fa ma devo dire che soprattutto nel corso di un intero anno, a partire dall’estate scorsa, ha iniziato a concretizzarsi e man mano ha preso la forma che poi è stata quella definitiva. È nata da un desiderio e, come tutti i desideri, forse non nascono per una ragione precisa: mi piace pensare che questo desiderio mi è stato messo nel cuore come un dono e l’ho accolto, grato a chi, in primo luogo l’Arcivescovo, ha permesso che prendesse forma.

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Stare lì è stato come te lo aspettavi? Cosa ti ha sorpreso e dove, invece, sei rimasto un po’ deluso?

Premesso che non sono arrivato a Sicuani con molte aspettative: è stato, però, diverso da come potevo immaginare. Da subito la mia si è rivelata essere un’esperienza molto quotidiana, vivendo a diretto contatto con la comunità e non un viaggio solo per vedere e conoscere tante realtà diverse. Questa è stata una grande ricchezza, anche se, a volte, è stata anche una fatica, quella tipica della nostra quotidianità.

Di cosa ti sei occupato in particolare?

La maggior parte del tempo l’ho condiviso con i ragazzi del Programma San Lorenzo. Questa iniziativa, nata 19 anni fa per volere di don Luciano, si occupa di offrire agli studenti di Sicuani, soprattutto adolescenti, sostegno nello studio e un (abbondante) piatto caldo per il pranzo, oltre, chiaramente, a un’occasione per creare legami di amicizia nel gioco e nella condivisione del tempo con altri coetanei. Dato che le scuole sono organizzate per doppi turni, mattina e sera, avevamo in parrocchia ragazzi tutto il giorno: la mattina quelli che frequentavano la scuola di sera e la sera quelli che frequentavano la scuola di mattina. La cosa per me più sorprendente è che tutto questo servizio è completamente gratuito: eppure, per sostenere quest’opera c’è la spesa per tre lavoratori e per la preparazione del pranzo cinque giorni alla settimana. Pertanto è un programma rivolto principalmente alle famiglie più bisognose, che non riuscirebbero a seguire i figli nello studio e, forse, nemmeno a dargli tutti i giorni da mangiare.

peru


Quanto importante è stata la presenza di don Luciano perché tu vivessi un’esperienza piena?

La presenza di don Luciano è stata importantissima e a lui va, pubblicamente, tutta la mia gratitudine, oltre quella che già ho provato a manifestargli personalmente. Devo però dire che anche la sua assenza è stata importante, mi spiego meglio: come dicevo ho vissuto nel quotidiano, e questo anche grazie al fatto che lui mi abbia responsabilizzato e lasciato solo in alcune attività. Questo modo di fare ha permesso che la mia esperienza non fosse quella di fare il suo portaborse, di seguirlo ovunque andasse, ma di lavorare direttamente con i tanti laici che nei vari ambiti svolgono il loro servizio. La presenza di don Luciano è stata fondamentale, ogni giorno, a cena: era quello il momento di verifica della giornata, lì sorgevano le mie domande, le mie paure, le mie proposte e lui mi ha aiutato a leggere meglio la realtà del Sur Andino.

Quella terra ha accolto da tempo la missione Fidei Donum della nostra Chiesa arborense. Come la popolazione ricorda i nostri missionari arrivati da Oristano?

È certamente molto vivo il ricordo di don Franco Porchedda e di don Gianni Maccioni. Il primo ha offerto il suo servizio in alcuni paesi vicini a Sicuani, mentre il secondo in città proprio come don Luciano: pertanto ho avuto modo di sentire più di don Gianni che di don Franco. Ho avuto però tra le mani un libro di preghiere in Quechua, la lingua originaria della zona, opera dello studio e della pazienza di don Franco che ne firmava la prefazione. Ancora, dopo numerose ristampe, è un testo molto diffuso e quasi invariato da quella prima edizione.

viaggio in peru foto matteo lutzu 16


Che percezione ha la gente del posto, della missione oristanese in quella terra?

Credo che questo lo abbia potuto constatare fin dai primi giorni, alla presenza di mons. Carboni e di don Maurizio, e cioè la gratitudine nei confronti di questa Chiesa sorella. Non è però una gratitudine di tipo colonialistico, ma davvero fraterna. È stato bellissimo constatare come, grazie all’impegno di don Luciano, nel corso di questi 25 anni, tantissimi giovani oristanesi e di altre zone della Sardegna, abbiano condiviso esperienze di volontariato a Sicuani; dunque, sono molti i contatti di amicizia che uniscono la Sardegna a Sicuani. Tutti i più impegnati collaboratori parrocchiali hanno un amico italiano.

Tirando le somme, è stata un’esperienza importante per il tuo discernimento vocazionale verso il sacerdozio?

Certamente è stata un’esperienza molto importante sotto tanti punti di vista, umani, spirituali, pastorali, culturali... Come ho detto tante volte, una tra le ricchezze maggiori è che ho conosciuto meglio un pezzo della nostra Arcidiocesi. Ci tengo però a dire che importantissima, nel mio cammino, rimarrà per sempre la testimonianza di don Luciano: la sua vita, completamente dedicata alla causa degli ultimi, come dovrebbe essere ogni vita veramente evangelica, rimane un esempio e una provocazione che parla alla mia vocazione.


 

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