Sabato, 16 Maggio 2026

Da poco più di un anno è Arcivescovo emerito: il 24 maggio 2022, infatti, il card. Gualtiero Bassetti, alla scadenza del quinquennio, lascia l'incarico di presidente della Conferenza Episcopale Italiana al card. Matteo Maria Zuppi, mentre il 27 maggio, tre giorni dopo, papa Francesco accoglie la sua rinuncia al governo pastorale dell'arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve.


In pochi giorni conclude un servizio per il quale non si è mai risparmiato, nemmeno in tempo di pandemia quando, per due mesi, è stato ricoverato in terapia intensiva a causa del Covid. Conosceva bene don Milani, per questo ha accettato di venire a parlare di lui a Oristano ai ragazzi della scuola così come il prete contestatore, come veniva definito, aveva fatto con lui quando era ragazzo. In una pausa del convegno gli abbiamo rivolto qualche domanda per sapere come sta vivendo questo tempo nuovo senza incarichi ufficiali.

Lei ha speso tutta la sua vita al servizio di Dio e della Chiesa. Dovrebbe essere questo il tempo del riposo ma un sacerdote non va mai in pensione, è vero? In cosa è maggiormente impegnato in questo momento della sua vita?
Io sono prete da 57 anni, e sono vescovo da 30. Il sacerdozio è stato una difficile conquista, mi sono impegnato per dieci anni in Seminario, però oltre a un grande dono di Dio l’ho sentita come una mia vocazione. Poi in 10 minuti la Chiesa mi ha chiesto di diventare vescovo, ho obbedito e ho fatto questo servizio. È chiaro che sulla mia pelle io sento di più il presbiterato perché è stato una scelta, mentre l’episcopato un servizio che mi è stato chiesto dal Papa. Oggi son tornato a fare il prete e di questo sono contento. Vado a trovare la gente, sono stato anche a benedire qualche casa, ho consolato tante persone. Incontro tanti che mi chiedono: per favore, vescovo, mi ascolti! Vedo che la gente ha tanto bisogno di parlare e di essere ascoltata, un servizio che come preti dobbiamo sempre curare. Mi piace, ancora oggi, rispondere: eccomi, sono qui per te.

Immersi in un impegno, forse non accorgiamo effettivamente di quanto accade attorno. Guardando alla Chiesa da un ruolo diverso da quello che lo ha segnato come vescovo e presidente CEI, riesce a scorgere qualcosa che l'ha fatta riflettere?
Ripenso al Sinodo di Firenze: fu un modo diverso di concepire il sinodo perché nella fase dell’ascolto scegliemmo una strada per avvicinare il più possibile la gente. Era importante, in quel momento, trovare forme di dialogo per dare a tutti un modo concreto di potersi esprimere. Racconto un aneddoto di don Milani per spiegarmi meglio. Siamo a San Donato, esce una delle processioni tradizionali della parrocchia. L’accompagnano il parroco e il cappellano. I soliti fedeli dietro la statua, tanta gente ai bordi della strada. Il parroco prega così: Signore, ma perché tutta quella gente non viene con noi dietro il Santo? Il cappellano fa la stessa preghiera: Signore, perché noi non siamo con loro ai bordi della strada? Ecco, questi sono due modi rispettabilissimi di essere Chiesa: perché contrapporli? Io penso che ancora non si riesca a lavorare in questo senso: dobbiamo impegnarci a saperci accogliere un po’ di più nelle diversità.

Ci pare che la Chiesa ci stia provando: un cammino sinodale per recuperare la dimensione della comunità, e l'attenzione all'altro per non chiudersi in sé stessa e uscire un po’ di più. Come vede questi impegni? Sono realmente concreti o sembrano non decollare?
Dobbiamo farli decollare. Questo dipende anche da noi vescovi, da noi preti. Ribadisco l’importanza dell’ascolto, ci credo molto. Ma non perché sia di moda ascoltare tutti, quanto perché Dio parla attraverso il fratello che ti sta di fronte. E se tu non l’ascolti, perdi un’occasione di grazia.

A Oristano si è parlato di giustizia attraverso la figura carismatica di don Milani. Secondo lei esistono ancora persone come lui per sperare davvero in un mondo più giusto e più solidale? Di chi c'è bisogno oggi per raggiungere questo sogno?
Don Milani ha lottato strenuamente per cercare di trovare soluzione alla povertà e all’emarginazione. Nonostante lo criticassero, erano i tempi del nazifascismo, e lo considerassero comunista, era conscio di cercare solo di applicare il Vangelo. Era un prete autentico che voleva insegnare a scuola non solo il nozionismo ma le regole di vita: se la scuola trascura i difficili, diventa come quell’ospedale che cura i sani e respinge i malati! Fare parti uguali tra diseguali, non è giustizia, perché ci vuole equità non uguaglianza! Ecco la vera rivoluzione cristiana che don Milani ha portato. Credo ci siano ancora persone come don Milani. Ma è ai giovani che dobbiamo insegnarlo perché crescano con la convinzione che un mondo più giusto e più equo è possibile.

A cura di Luciana Putzolu e Mauro Dessì

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