Domenica, 05 Dicembre 2021

Don Mattia Argiolu, 28 anni, figlio di genitori sardi (papà Giuseppe è di Nureci, mamma Ornella è di Siamanna) il 25 settembre è stato ordinato diacono della Chiesa ambrosiana nel Duomo di Milano. Lo abbiamo intervistato in segno di condivisione per le sue radici Arborensi e con l’augurio che le sue riflessioni possano far sbocciare nuove vocazioni.

A cura di Letizia Tetti.


Quando mi è stato chiesto di rilasciare un’intervista per il vostro settimanale, ammetto che mi sono emozionato e che mi sono sentito molto onorato, confida don Mattia. Ringrazio per questa opportunità.

Come è iniziato il cammino verso il sacerdozio?
Si è trattato di un lungo percorso che nel settembre del 2016 mi ha condotto a entrare in seminario. Già da bambino, facendo il chierichetto, un po’ mi immaginavo prete, perché desideravo che tutti potessero essere amici di Gesù. Questo desiderio aveva una motivazione semplice, ma penso altrettanto importante: chi è amico di Gesù è una persona felice. Se è vero che ogni uomo e ogni donna prova nel proprio cuore il profondo desiderio di felicità, io mi ero reso conto che la risposta a tale desiderio non poteva che essere Cristo. Crescendo e diventando adolescente, però, l’idea di diventar prete si è pian piano affievolita tant’è che ho fatto esperienza delle classiche storielle d’amore e, alla fine degli studi liceali, ho deciso d’intraprendere il percorso universitario per diventare infermiere mosso dall’intuizione fondamentale che la mia vita potesse realizzarsi nel prendermi cura degli altri: in questo caso dei malati. Mancava comunque qualcosa: infatti, a me non bastava somministrare qualche farmaco, ma alcune volte mi fermavo ad ascoltare qualcuno di questi malati (alcuni raccontavano qualcosa di sé, altri si sfogavano e altri ancora erano semplicemente adirati con il mondo intero a causa della malattia che stavano subendo). Insomma, per dirla in breve, lentamente mi sono reso conto che il desiderio di prendermi cura degli altri non potevo realizzarlo come infermiere, ma seguendo un altro tipo strada.

Quando è arrivata la decisione?
Dopo due anni di discernimento, di cui uno vissuto con il coadiutore della mia parrocchia di casa e uno vissuto attraverso il percorso della comunità Non Residenti del seminario diocesano di Milano. Per precisare il motivo principe per cui ho deciso di dire Sì alla chiamata del Signore Gesù, ho bisogno di citare il vangelo di Giovanni: alla fine del sesto capitolo, dopo che Gesù aveva rivolto parole dure ai discepoli e dopo che molti di loro se ne andarono, proprio il Signore domandò ai dodici rimasti se volessero andar via anche loro, ma Pietro gli rispose Signore da chi andremo? (cf Gv 6,68). Questa intensa domanda retorica di Pietro rappresenta il motivo per cui ho deciso di rispondere Eccomi! alla chiamata del Signore a diventar prete. Chi può soddisfare quell’incessante domanda d’amore che noi tutti ci portiamo dentro? Chi può amarmi così tanto nonostante le mie povertà umane? Da chi potrei mai andare per ricevere sollievo alle mie ferite? Chi altro ha parole di vita eterna? Chi altro potrebbe essere la mia felicità più grande? Nel momento in cui ho realizzato che la risposta a tutte queste domande era sempre Cristo, non ho potuto fare altro che arrendermi come Pietro e cercare di seguire il Signore in una sequela particolare come quella del prete e, facendo ciò, cercare di pormi al servizio della sua Chiesa per rendere tutti partecipi di questa grande felicità che mi porto dentro.

Oggi, invece, cosa significa essere diacono?
Senza voler mancar di umiltà, perché forse sarebbe più idoneo far rispondere chi ha già qualche anno di esperienza nel ministero presbiterale, penso di poter affermare anch’io qualcosa citando Papa Francesco quando, ordinando nove presbiteri il 26 aprile scorso, ha affermato: Vicinanza e compassione. Ma compassione tenera, con quella tenerezza di famiglia, di fratelli, di padre... con quella tenerezza che ti fa sentire che stai nella casa di Dio. Vi auguro questo stile, questo stile che è lo stile di Dio. Oggi per me, essere diacono e prete significa proprio questo: incontrare le persone che il Signore mi affida; conoscerle a fondo e cioè comprenderne la storia fatta di gioie e sofferenze, vittorie e sconfitte, slanci verso Dio e drammatiche cadute e aiutarle a comprendere che, nonostante queste ultime, l’amore di Dio non le ha mai abbandonate e mai lo farà. Significa anche aiutarle a discernere quale strada il Signore sta loro indicando per raggiungere il compimento della propria felicità e, quindi, aiutarle a discernere la propria vocazione per partecipare al disegno d’amore di Dio; significa, in maniera preminente, permettere a tutti attraverso i sacramenti di partecipare della misericordia e dell’amore stesso del Signore… Insomma, per sintetizzare, penso che l’obiettivo delle tante azioni che un diacono o un prete compiono, debba essere sempre quello di esprimere e comunicare la vicinanza, la compassione e la tenerezza del Padre che è nei cieli.

Quanto è stato importante il tuo legame con la Sardegna?
Non posso negare che il legame che ho con la Sardegna ha giocato un ruolo importante in qualche modo legato strettamente alla mia famiglia: sia mia madre che il mio papà sono sardi. Entrambi, non poche volte, mi hanno raccontato qualcosa circa i preti con cui sono cresciuti, in particolare, di quei grandi-piccoli gesti che hanno permesso loro di maturare umanamente e cristianamente: parlo di don Eliseo Zoccheddu e di don Vincenzo Murgia. Non vi riporto i loro racconti, perché altrimenti vien fuori un romanzo… Ciò che posso dire, però, è che questa forte radice sarda che vitalmente affonda nella diocesi arborense ha permesso anche a me di crescere e di puntare il mio sguardo alla generosità con cui questi preti hanno vissuto servendo la Chiesa e Cristo stesso.

Come la tua famiglia ha accolto la tua scelta?
Mio fratello maggiore Thomas è stato il primo a sapere che avrei intrapreso la strada del seminario e ha accolto con felicità e un po’ di commozione questa scelta. I miei genitori, invece, l’hanno appreso mesi dopo: il mio papà mi ha subito abbracciato felicissimo e ovviamente super commosso (con certi lacrimoni…); la mia mamma… All’inizio era un po’ perplessa, ma praticamente nel giro di poche settimane era più entusiasta del sottoscritto: giusto per farvi comprendere, ogni tanto la chiamo Rettrice del Seminario perché come solo un rettore di seminario può fare, mi rimprovera simpaticamente per la barba lunga, per il colletto della camicia che, quando fa caldo, rimane slacciato, etc… Insomma, per farvi intuire davvero la grazia di una famiglia che mi vuole bene e che ha accolto con felicità questa scelta, posso dirvi con verità che mi ha sempre sostenuto, incoraggiato nello studio e accompagnato nella preghiera affinché potessi maturare spiritualmente e intellettualmente per giungere a una scelta libera e consapevole del sacerdozio.

Un’ultima battuta?
Saluto con affetto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle: in particolare le comunità di Siamanna e di Nureci. Vi porto nelle mie preghiere sperando che anche voi facciate lo stesso per me e per miei 21 confratelli che l’11 giugno 2022 saranno, con me, ordinati sacerdoti.

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