Lunedì, 14 Giugno 2021

Di origini ortueresi, Maurizio Vacca, 34 anni, è un’altra eccellenza del nostro territorio.

Dopo aver frequentato il Liceo di Ghilarza, si è laureato in biotecnologie mediche, farmaceutiche e molecolari all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha conseguito il dottorato in Immunologia all’Istituto Singapore Immunology network (SIGN) nel 2017 e, sempre a Singapore, ha lavorato per tre anni al NUS (National University of Singapore). Oggi abita nelle Fiandre vicino ad Anversa: lavora per l’azienda farmaceutica Janssen (J&J) ed è impegnato in prima linea nella ricerca e sviluppo di farmaci contro l'epatite B. L’anno scorso è stato anche volontario a tempo pieno presso il laboratorio diagnostico Ng Teng Fong General Hospital, sempre a Singapore. Il suo ruolo principale è stato quello inerente all’estrazione dell'RNA e l'analisi attraverso test molecolari di pazienti Covid-19 e test sierologici C.

Sono sempre stato appassionato di scienza, afferma subito dott. Vacca, molto disponibile a essere raggiunto da L’Arborense per un’intervista. Come la maggior parte dei miei coetanei, da bambino, mi piaceva guardare Esplorando il corpo umano e uno dei miei libri preferiti era Storia della vita di Piero Angela, adoravo leggere le varie ipotesi sulla nascita della vita e sull'evoluzione dei primi organismi unicellulari.

Una passione, la tua, che hai coltivato nel tempo… Quali esperienze ti hanno fatto capire che, davvero, la ricerca era la tua strada? Quali sono state quelle più significative?
Dopo aver frequentato il liceo ho voluto conseguire una laurea scientifica piuttosto che umanistica (nonostante la storia sia ancora uno dei miei passatempi preferiti!). Quello che mi ha fatto capire davvero che la ricerca sarebbe stata la mia professione è stata la mia esperienza durante il dottorato a Singapore. Quattro anni, partendo da un progetto in fasce fino alla fase finale, mi hanno stressato, coinvolto profondamente e anche divertito. È stata un’esperienza estenuante ma che mi ha fatto capire che tutto sommato me la sapevo cavare e che il lavoro mi piaceva, e ricevere la risposta dell'editor della rivista che comunica di aver accettato il manoscritto mi ha trasmesso un certo entusiasmo. Ci sono, ovviamente, aspetti della ricerca che mi annoiano o che proprio non mi piacciono, ma in generale lavorare in laboratorio rappresenta la mia realizzazione, una strada che sento mia. Ho avuto il privilegio e la fortuna di avere sempre ottimi capi-laboratorio a Milano e a Singapore che mi hanno aiutato a crescere come ricercatore e mi hanno permesso di focalizzarmi sempre nel campo dell'immunologia, che è quello che mi appassiona di più.

Perché ti sei concentrato in maniera particolare sull’epatite B?
Ho fatto ricerca nel campo dell'epatite B, dei sensori dell'infiammazione, dei vaccini e ora sono tornato di nuovo nel campo dell'epatite B. Perché? Perché adoro la virologia, perché è ancora una grande (seppur ignorata) emergenza sanitaria con quasi 400 milioni di persone cronicamente infettate e con più di mezzo milione di morti ogni anno. Esiste il vaccino, ma per tutti i pazienti infettati cronicamente è ancora necessaria la ricerca per terapie che consentano la cura della patologia.

In questi mesi abbiamo ascoltato la voce di molti scienziati con idee spesso opposte e che hanno generato confusione tra la gente. Quali idee e reazioni ti hanno accompagnato?
Io capisco la confusione e l'insofferenza del pubblico quando sente ogni giorno le varie ipotesi e le interviste. Ma di questo attribuisco la responsabilità soprattutto ai mezzi di informazione che puntano alla spettacolarizzazione della notizia piuttosto che riportare la cruda (e spesso meno spettacolare) realtà dei dati. Per esempio, quando si enfatizzano le notizie sulle reazioni avverse ai vaccini per spaventare la gente ma ci si dimentica sempre di riportare il numero delle dosi somministrate e che riporta gli effetti avversi alla stessa probabilità statistica di essere colpiti da un fulmine appena fuori dalla porta di casa… Ciò che sconcerta, spesso, sono i pareri degli scienziati non univoci su strategie e previsioni…. Ci sono alcune volte pareri discordanti su dettagli ma sulle terapie generali e sui principi scientifici sono tutti d'accordo. Bisogna inoltre capire che questo Coronavirus era un virus nuovo (di una famiglia conosciuta) e che si è andati avanti inizialmente per ipotesi. Si dovrebbe apprezzare come la ricerca mondiale sia riuscita in tempi record a isolare il virus, sequenziarlo, tracciarlo, creare vaccini e trovare varie terapie. Bisogna che il pubblico, in generale, si fidi degli esperti, persone che hanno studiato tutta la vita piuttosto che di una showgirl, un cantante o una qualsiasi persona che non ha la più pallida idea di come funzioni un determinato meccanismo biologico.

Siamo ancora in fondo al tunnel sebbene il vaccino rappresenti la luce. Le tue previsioni?
Difficile fare previsioni, visto che ormai dipende tutto dalla velocità con cui si produce il vaccino e con cui si distribuiscono le dosi, ma senza dovermi sbilanciare troppo posso dire che siamo finalmente alla fine di questa via crucis. Man mano che la popolazione verrà vaccinata il virus circolerà di meno, le terapie intensive saranno meno oberate e di conseguenza il Sistema Sanitario Nazionale farà fronte al meglio e finalmente potremo ritornare alla vita di prima. Bisogna osservare l'esempio Israeliano: con una larga fetta della popolazione vaccinata ha visto un calo drastico dei contagi con una graduale apertura. Capisco quanto possa essere snervante ma è veramente richiesto l'ultimo sforzo. Il virus non sparirà di incanto ma la vaccinazione di massa ci permetterà di eliminarlo dalla vita quotidiana.

Ti manca la Sardegna? Pensi in futuro di poter spendere le tue energie e il tuo lavoro per l'Italia?
Mi considererò sempre sardo e italiano e sono sempre stato orgoglioso delle mie radici, cerco di tornare a Ortueri e Ghilarza almeno una volta l'anno, ma non penso di tornare per motivi professionali al momento. Non sono il primo a dirlo, ma l'Italia nonostante produca grandissimi ricercatori, fa poco per tenerli o per attrarne di nuovi. Dei 37 colleghi del mio corso di specialistica all'università, 30 sono all'estero, in generale per contratti migliori e remunerazione più alta e per un ambiente legislativo più favorevole alla ricerca. Non voglio però dare una visione completamente negativa: in Italia ci sono eccellenze nella ricerca, la Scuola italiana fornisce una preparazione di tutto rispetto che consente a chi si impegna seriamente di fare carriera all'estero e in Italia.

A cura di Luciana Putzolu

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