Martedì, 12 Maggio 2026

Mi sono presentato come quello che aveva preso 10 all'esame di maturità. Convinto di scrivere bene, pensavo di essere uno scrittore. In realtà il giornalismo è una cosa completamente diversa e richiede come dote l'umiltà. Se non sei umile e non hai voglia di imparare non vai da nessuna parte. Il nostro è un mestiere di testimoni, non di protagonisti. Al lettore interessa sapere cosa pensa colui che stai intervistando, non quello che pensi tu.

Edoardo Pittalis, giornalista sassarese di lungo corso, storico vicedirettore de Il Gazzettino, il più importante quotidiano del Nordest.

a cura di Alberto Medda Costella

Lo incontro una mattina di agosto a Mestre, frazione di Venezia, prima che parta per la Sardegna a trascorrere le ferie estive. Pittalis è oggi uno dei volti più noti della carta stampata del Triveneto e continua a fare ciò che ama: scrivere, sempre per il Gazzettino, ma come editorialista.

Quando ha iniziato?

Ero appena iscritto all'università e iniziai a collaborare con la redazione de L'Unione Sarda di Sassari, dove ho trovato un maestro che mi ha insegnato tutto: Peppino Sanna. Inoltre collaboravo con un giornale polemico, politico e vivace: Sassari Sera. Aveva come direttore Pino Careddu. Con loro ho fatto scuola e ho battuto tutte le strade che allora si percorrevano per fare questo mestiere.

Dopo che ha fatto?

Avevo vent'anni e mi venne affidata la redazione di Nuoro de L'Unione Sarda. Pubblicista, ero di fatto capo senza esserlo. Avevo tante responsabilità. In quella redazione mi occupavo di tutto, dai sequestri al tizio che cadeva dall'asino, fino ai servizi sulla Nuorese, che aveva un giocatore molto bravo di nome Stellino.

Era presente anche ai fatti di Pratobello?

Era il giugno del '69. Orgosolo all'epoca era un centro conosciuto soprattutto per il banditismo e per Graziano Mesina. Tra i tanti tentativi dello Stato di assorbire il malcontento e creare posti di lavoro, come la chimica a Ottana, vi era anche la costruzione di un poligono di tiro a Pratobello, che doveva servire a sottrarre spazio alla criminalità. Questo progetto fu respinto, ma erano state le donne a combattere.

È poi passato a La Nuova Sardegna?

In occasione di Pratobello, era stato inviato dal giornale una persona per vedere come operassi. Dal primo luglio di quell'anno passai come praticante a La Nuova a Sassari, dove poi sono diventato professionista nel 1971.

Nel 1974 è stato tra i fondatori di Tutto Quotidiano.

Sì, mi dovetti trasferire a Cagliari. Il giornale nasceva per dare un'alternativa ai gruppi petrolchimici: Nuova in mano a Rovelli e Unione in mano a Moratti, che stava per cedere sempre a Rovelli. Entro un anno doveva raggiungere le 15.000 copie vendute e invece le raggiunse subito. Era il primo giornale in Italia interamente a colori, con redazioni in tutta la Sardegna, Oristano compresa con Paolo Desogus. Il lunedì con lo sport facevamo il pieno.

Perché, nonostante questo, chiuse?

Alle nostre spalle si consumò una battaglia politica ed economica di ogni tipo, ma lo scoprimmo dopo. Dietro c'erano Roberto Calvi e Flavio Carboni. Quest'ultimo era stato anche amministratore. La lotta della P2 ci aveva toccato in anticipo. Andammo avanti comunque, gestendo per due anni il giornale in autogestione. Facevamo tutto noi, senza stipendio, pagandoci da quello che entrava. Quando il magistrato dispose la chiusura, Tutto Quotidiano pagò i creditori, dal più grande al più piccolo.

Si è così trasferito in Veneto...

Il Gazzettino aveva bisogno di qualcuno che avesse conoscenze della vecchia stampa a caldo così come di quella a freddo. Era il gennaio del 1980. Arrivare a Venezia significava ripartire da zero.

Ha mai avuto la possibilità di rientrare in Sardegna?

Sì, quando mi è stata offerta la direzione dell'Unione, dopo qualche tempo che l'attuale proprietario, Sergio Zuncheddu, aveva rilevato il giornale da Niki Grauso. Io ero vice direttore del Gazzettino e il mio editore, che aveva una grande agenzia pubblicitaria sotto cui stava anche L'Unione, propose la mia candidatura. Avevamo anche raggiunto un accordo, ma avrei dovuto fare il pendolare, perché la mia famiglia non mi avrebbe seguito.

Ci sono servizi a cui si sente maggiormente legato?

Ricordo i processi a Graziano Mesina e la cattura di banditi come Giuseppino Càmpana, fino ai primi morti per overdose. O ancora dai conflitti a fuoco con morti alle prime vicende di arresti per droga nella Costa Smeralda. Avevo seguito il caso di un ragazzo ribelle di una famiglia facoltosa, che rapinava per divertimento. Era il tempo dei fumetti e si firmava Demoniottu. Senza dimenticare lo scudetto del Cagliari.

E per il Gazzettino?

Anche qui c'è stata un'ondata di sequestri. Ho fatto la prima inchiesta sulla Lega, che allora si chiamava Liga. Ho seguito il fenomeno del Nordest, così come non sono mancate le interviste a segretari di partito, ministri e presidenti della Repubblica.

Medda Il Gazzettino logo 1200

 

Come vede la situazione attuale dell'editoria?

Negli anni settanta, quando Tutto Quotidiano ha chiuso, credevo fosse un periodo buio per l'informazione. Era invece un periodo brutto, ma sempre con qualche prospettiva. Oggi i giornali appassiscono e, se va bene, mantengono i vecchi lettori. Un quotidiano è fatto da quelli che lo leggono, quelli che lo conservano, quelli che lo passano di padre in figlio, cosa che oggi non accade. C'è la crisi, è vero, ma è soprattutto la disaffezione dei lettori a fare la differenza.

Alcune testate in Sardegna hanno chiuso, altre stanno passando di mano come La Nuova. Secondo lei ci potrà essere spazio per nuove iniziative?

Il pluralismo dell'informazione significa avere voci che cantano canzoni diverse, a volte stonate, ma diverse. Credo che la ricchezza sia nel pluralismo e non nell'informazione. Spero quindi che le testate sarde mantengano la loro indipendenza. I giornali sono specchio della società che li produce. Purtroppo siamo in un periodo in cui gli specchi sono molto scuri.

Photo credits: Alberto Medda Costella

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