Essere privati della libertà personale è una tra le esperienze più dure che un individuo possa affrontare. Per questo la legge stabilisce regole rigorose sull’uso della custodia cautelare, cioè l’ingresso in carcere o gli arresti domiciliari prima di una condanna definitiva. Nonostante ciò, può accadere che una persona finisca in carcere senza che ci siano prove sufficienti.
* di Mauro Solinas, avvocato
E può anche succedere che, dopo un processo di revisione, questa venga assolta, nonostante abbia scontato mesi, o anni, o decenni di reclusione. In tutti questi casi si parla di ingiusta detenzione, per la quale il nostro ordinamento riconosce un diritto al risarcimento. Il concetto è chiaro: la detenzione è ingiusta quando non avrebbe dovuto esserci, per mancanza dei presupposti per applicare la misura cautelare (per esempio, assenza di gravi indizi o esigenze cautelari), oppure nel caso di assoluzione con sentenza definitiva perché il fatto non sussiste, non costituisce reato o non è stato commesso dall’imputato.
Sono formule giuridiche, certo, ma dietro di esse si nascondono storie di persone che hanno visto crollare la propria vita per un errore dell’apparato giudiziario: tra i casi più emblematici, quello di Beniamino Zuncheddu, entrato in carcere poco più che 25enne e riconosciuto innocente dopo oltre trent’anni. Chi è stato detenuto ingiustamente può chiedere un indennizzo economico, che però non spetta se la detenzione è dipesa anche da comportamenti scorretti dell’interessato, che può avere contribuito a causarla per dolo o colpa grave (per esempio mentendo, nascondendo prove, fuggendo o tenendo atteggiamenti che hanno depistato le indagini).
Inoltre la richiesta deve essere presentata entro due anni dalla sentenza definitiva di proscioglimento o di archiviazione, altrimenti viene dichiarata inammissibile, e per stabilire l’importo dell’indennizzo i giudici valutano diversi elementi: la durata della detenzione, le condizioni personali e familiari, il danno psicologico e sociale.
La legge fissa un tetto massimo al risarcimento, pari a 516.456,90 euro (il vecchio miliardo di lire), anche se l’importo varia molto a seconda del caso concreto. Questo è un aspetto assai dibattuto, perché gli stessi giuristi ritengono inadeguata la cifra, penalizzanti i tempi lunghi per ottenerlo, e discutibile l’interpretazione, spesso restrittiva, della colpa grave.
Nei racconti di chi ha subìto un’ingiusta detenzione ricorre frequentemente, oltre alla perdita del lavoro, anche quella della fiducia delle persone care, della reputazione, della propria serenità e della salute. Inoltre, anche dopo l’assoluzione, rimane addosso un marchio difficile da cancellare, perché spesso restano sospetti e pregiudizi.
Questa è la ragione per cui il risarcimento economico non ha soltanto una funzione materiale, ma è un vero e proprio atto simbolico, con cui lo Stato riconosce il proprio errore e restituisce, almeno in parte, la dignità a chi l’ha sofferto.
In definitiva la riparazione per ingiusta detenzione non è una concessione, un favore, ma un diritto previsto dalla legge, e il segno preciso di uno Stato che è in grado di ammettere di aver sbagliato, non voltare le spalle a chi ne ha subìto le conseguenze, e stabilire dei rimedi.
Certo, non cancella le notti passate in carcere, né restituisce i giorni sottratti agli affetti e al lavoro; e non cancella l’esser visto come colpevole prima di essere riconosciuto innocente. Però è segno concreto della capacità di chiedere scusa.
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