In Sardegna, l'uomo ha legato lo scorrere del tempo al mondo agro pastorale. Infatti, a seconda del periodo dell'anno, celebrava riti propiziatori per favorire precipitazioni o per augurarsi un buon raccolto: anche il calendario risultava essere strettamente connesso con il ciclo del lavoro nei campi, delle stagioni e dell'abbondanza.
La mietitura del grano era sicuramente l'evento più atteso e più impegnativo dell'anno, tutto il calendario rurale si svolgeva di solito nel periodo che va da fine giugno a metà agosto.
Per il mese di luglio è chiaro il riferimento agricolo della sua denominazione, esso deriva dal concetto di trebbiatura: mesi de trébuas (della trebbiatura, appunto) o mesi de axrioba (l’aia, dal latino Areola) così chiamato perché era il periodo in cui si ammassavano le messi nei campi (su trigu messau po du bentuai).
In alcune zone, luglio è chiamato mesi de su cramu in onore della festività della Madonna del Carmine, una ricorrenza che si festeggia in tante località della Sardegna. Secondo tradizione, la vergine sarebbe apparsa il 16 luglio del 1251 a San Simone Stok, un religioso inglese appartenente all'ordine dei Carmelitani.
Tornando alle tradizioni rurali, quando si parla di mietitura e trebbiatura è come tuffarsi all’indietro nel tempo quando, fino agli anni ’50, il grano veniva coltivato abbondantemente nelle campagne: la mietitura avveniva proprio a luglio, mesi de trebuas, quando il grano assumeva un color giallo oro tipico della maturazione. Indimenticabile lo spettacolo offerto dai campi dei cereali nella loro magnifica abbondanza, ampi appezzamenti di misure e forme diverse si incatenavano in eleganti geometrie tra il biondeggiare delle spighe e le corolle di tanti fiori messicoli dai toni vivi e intensi e i contrasti di candide stoppie con i covoni sparsi che i mietitori si lasciavano alle loro spalle mentre procedevano nel lavoro di falciatura. Disposti in mezzo ai campi erano pronti per il trasporto verso la trebbiatrice nell'aia comune: S'axrioba manna.
In tempi passati, dove c’erano campi da mietere c'era il lavoro a giornate, per bisogno i braccianti si spostavano ovunque ci fosse possibilità di un guadagno, dall'alba al tramonto, con fatica sofferta si recavano a piedi nei campi con sa bértula di orbace sulle spalle e sa fraci per la mietitura. Molti anni fa, quando la povertà era una piaga sociale, era facile vedere dopo la mietitura, le spigolatrici curve a raccogliere le spighe rimaste ai margini dei campi o sfuggite alle falci dei mietitori, un lavoro duro che rappresentava dignitosamente la vita dei più umili lavoratori delle campagne.
Oggi, a distanza di anni, sono cambiati i metodi di lavoro, le macchine, grandi e sofisticate, sono intervenute a ridimensionare le fatiche dell'uomo ma anche a sottrarci quel senso di coesione e rispetto che animava tutta quella gente raccolta intorno alla trebbiatrice nell'aia comune. Ora tutto vive nei ricordi degli anziani, memoria e testimonianza del passato. Gesti ancestrali, immagini suggestive dei tempi passati, tradizioni che ritornano alla ribalta grazie a quelle associazioni di tradizioni popolari che, nei paesi, con l'intento di valorizzare quello che un tempo era parte fondamentale del lavoro dell'agricoltore, ripartendo dalla terra e conservando lo spirito e il significato di una volta, ripropongono il piacere di ritrovarsi insieme in una giornata di condivisione sui campi per la raccolta a mano del grano.
Bruna Pisci
(Nella foto una scena de S'incungia di Villaurbana, organizzata dall'Associazione Culturale Su Massaiu, foto di Francesco Urru, Villaurbana.net)
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