In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Mt 10,37-42
Il commento
a cura di Filippo Scalas
Le parole di Gesù di questo vangelo ci scuotono fino a inquietarci. A una prima lettura, le sue richieste irritano la nostra sensibilità perché chiedono la rinuncia completa a quelle che sono le nostre relazioni familiari, ci intimano di abbracciare senza indugi la sofferenza fino al punto estremo di perdere la propria vita per lui. Gesù ci appare netto ed esigente fino alla durezza e lontano da quella figura indulgente e protettiva nella quale confidiamo per attenuare i pesi della nostra esistenza.
Dal vangelo di oggi ci sentiamo, d’impulso, più spaventati che conquistati. Le parole che precedono quelle di questa domenica, sono ancora più dure da accettare: si collocano nella narrazione in cui Gesù invia i suoi discepoli alla missione fino al punto in cui dice di non essere venuto a portare la pace sulla terra.
Ma è davvero così? Gesù ci chiede di mettere lui e il suo messaggio in cima alle nostre priorità, non per perdere qualcosa ma per ottenerla pienamente. Nella società di allora, come in quella di oggi, l’uomo ha bisogno di essere liberato da sé stesso, dal proprio egoismo e dalla sete di dominio. Gesù si contrappone al nostro limitato interesse di parte quando vogliamo innalzare, alle sue spalle, il muro del nostro istinto egoista. Egli chiede agli annunciatori del suo messaggio di liberarsi dall’illusione di considerare, in maniera molto egocentrica, la propria vita come il fulcro in cui ruotano tutte le dinamiche del mondo. Essi sono annunciatori di un messaggio scomodo, che non porta alla gloria e alla fama, ma che invita ad abbracciare la croce perché conduce a un bene superiore: la felicità di tutti.
La realizzazione di quel Regno di Dio, che potrà compiersi solo se il messaggio sarà comunicato, compreso e concretizzato. Gesù vuole, prima di tutto, la liberazione da noi stessi per aprirci al bene degli altri e per la nostra massima realizzazione. Ecco perché è così netto e le sue parole richiedono priorità e radicalità. Le sue urgenze, così provocatorie, sotto questa luce hanno un senso e si dirigono verso una direzione precisa che ci viene indicata alla fine del brano:
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Tutti, quindi, possono essere suoi messaggeri: anche i più piccoli e gli ultimi della società. L’amore gratuito e la lotta verso le grandi ingiustizie dell’esistenza sono la prova che il messaggio del Vangelo è ancora vivo. Quello che Gesù vuole realizzare deve valere anche per quelli che lo seguono: dare da bere a chi ha sete, mangiare a chi ha fame, accogliere lo straniero. Un mondo di fratelli in una sola famiglia.
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