Mercoledì, 01 Luglio 2026

Alex, Alessandro, Andrea, Chiara, Davide, Fabio, Francesco, Lorenzo. Sono i nomi degli otto ragazzi che, domenica 2 ottobre, sono saliti sul tetto del mondo conquistando, in Portogallo, il titolo mondiale di Basket riservato ad atleti con la sindrome di Down.


Vittoria che ha avuto un clamore mediatico impressionante sul quale, però, c’è da chiedersi: è sensazionale che l’Italia abbia vinto il campionato del mondo o lo è ancora di più il fatto che a conquistarlo siano stati atleti con la sindrome di Down? La domanda è lecita se si pensa che nella vita ordinaria questa forma di disabilità sia spesso relegata ai margini della società e le persone con la sindrome di Down non siano ritenute capaci di emergere e ritagliarsi uno spazio da protagoniste.

In realtà, questi otto ragazzi, grazie allo sport sono riusciti a far parlare di loro mostrandosi talentuosi in una disciplina che, per loro, facile non è soprattutto quando in una frazione di secondo devono prendere un’immediata decisione: avanzo in palleggio, passo la palla o tiro? Tra i disabili, sono altri che nella vita di tutti i giorni, spesso, prendono le decisioni per loro: la pratica di una disciplina sportiva aiuta anche in questo aspetto della quotidianità, forse tra i più importanti per l’autonomia e la vita indipendente.

Come nel caso di Alex, 22 anni, marchigiano di Montegranaro che, dopo aver sperimentato attività lavorative come cameriere, quest’anno ha preso un’importante decisione: andare a vivere da solo. Appoggiato dai genitori, ha scelto di stare in un appartamento, da solo, da dove spostarsi per andare al lavoro. Una maturità straordinaria che gli è valsa, all’interno del gruppo della nazionale, la fascia di capitano.

Esperienza lavorativa che hanno sperimentato anche i due trentenni del gruppo: Alessandro, 32 anni, di Recanati, nelle Marche e Francesco, 31 anni, di Montesilvano in Abruzzo. Si sono dati il cambio, sotto canestro, a fare a sportellate con gli avversari grazie alla loro fisicità e alla loro grinta: una determinazione che è figlia anche, e soprattutto, della loro esperienza di vita.

Un lavoro, invece, lo sogna Lorenzo, di San Vero Milis, 24 anni, diplomato all’alberghiero: il suo desiderio è lavorare in un agriturismo, in cucina e ai tavoli. Nel frattempo ha deciso di proseguire la sua crescita umana e sportiva: dopo aver fatto parte della prima nazionale del 2017, non fu più convocato perché ancora immaturo dentro e fuori dal campo. Riconquistarsi la nazionale è stato un suo preciso obiettivo con un impegno negli allenamenti con la sua squadra, l’Atletico Aipd di Oristano, e a casa, dove ha lavorato sodo per la sua autonomia.

Chiara, invece, 26 anni, di Spigno Saturnia, in provincia di Latina, ha il sogno di sposarsi. Fidanzata, dolcissima fuori dal campo, si trasforma sul parquet di gioco con una grande foga cercando di dare tutta sé stessa ogni volta che viene chiamata in causa. Grazie all’inno italiano presentato col linguaggio dei segni lo scorso anno, ha ricevuto la Laurea Honoris Causa in Economia e Tecnica della Comunicazione da parte della ISFOA, Libera e Privata Università di Diritto Internazionale.

Davide Paulis, 26 anni, l’altro sardo della nazionale, di Quartu Sant’Elena ha riservato tutta la sua vita per lo sport: pallavolo, calcio a 5, bowling e, soprattutto, pallacanestro dove è un autentico fuoriclasse. Miglior realizzatore dei mondiali, in alcuni sprazzi di gioco è andato oltre la disabilità con giocate geniali e canestri incredibili.

Infine i due più piccoli del gruppo: Andrea di 18 anni e Fabio di 17. L’uno marchigiano, l’altro laziale, ancora studiano ma hanno la grinta giusta, da veterani, per tenersi stretta la maglia azzurra: esperienza che sarà loro utile per affrontare con serenità e grande autostima le decisioni per il loro futuro.

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