Domenica, 05 Dicembre 2021

Bonarcado, centro del Montiferru, è da secoli meta di pellegrinaggio per i tanti devoti alla Madonna di Bonacatu venerata nel santuario che si trova nell'ampia area che ospita anche la Basilica Minore di Santa Maria e i resti di un antico monastero camaldolese.

Servizio a cura di Rita Valentina Erdas

Bonarcado 3

Il toponimo Bonarcado deriverebbe, secondo alcune ipotesi, dal termine greco panàkhantos, attributo della Vergine Maria che significa purissima, immacolata. Il complesso sorge in un’area interessata prima da un villaggio nuragico e poi da un insediamento produttivo di età romana, una villa, a cui era annesso un impianto termale.

L’area, intorno all’anno Mille, era di proprietà del demanio regio e sotto la giurisdizione spirituale dell’arcivescovo arborense. La fondazione dell’abbazia intorno al 1110, secondo gli storici, si deve al giudice Costantino I d’Arborea, che la pose sotto l’autorità del monastero di San Zeno di Pisa. Per quanto riguarda l’ordine di appartenenza dei primi monaci che abitarono l’abbazia, si sa con certezza che erano Benedettini, ma la questione a quale famiglia appartenessero è ancora irrisolta.

Diviene Camaldolese solo a partire dal 1200, quando anche la comunità monastica di San Zeno passa a questa famiglia. Costantino I dotò l’abbazia di un vasto patrimonio di beni composto da terreni, vigne, pascoli, bestiame, chiese e insediamenti agricoli con le loro servitù. Questi beni furono ampliati da Barisone I, giudice di Arborea, nel 1146 in occasione della consacrazione della Clesia nuova, la nuova chiesa che venne fondata accanto all’abbazia. Grazie all’accurata amministrazione da parte degli abati e alle numerose donazione avvenute nel corso degli anni i possedimenti dell’abbazia si estesero dal Campidano di Milis fino ai territori orientali dell’altopiano di Abbasanta e alcune zone montuose del Mandrolisai e della Barbagia fino ad Austis. A occidente i monaci avevano diritto di pesca sullo stagno di Mar’e Pontis e in mare aperto.

Tutte le memorie dell’abbazia e tutti gli atti amministrativi e giuridici legati ai vari beni posseduti sono raccolti nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, una delle fonti più note e utilizzate dagli studiosi del medioevo sardo. L’abbazia di Bonarcado fu teatro di importanti avvenimenti storico-politici. Il primo, avvenne in occasione della consacrazione della clesia nova, nel 1146 e fu un evento di primaria importanza e unico nel medioevo sardo: l’incontro di pace tra i quattro giudici sardi, Barisone I d’Arborea, Costantino-Salusio III di Càrali, Gonario di Torres e Costantino III di Gallura, a cui parteciparono i rappresentanti delle curatorie arborensi e l’arcivescovo di Pisa Villano, quale legato pontificio.

Altro avvenimento importante fu il giuramento di Pietro II d’Arborea che ebbe luogo nel 1237 dinanzi al legato pontificio Alessandro, col quale giurava di tenere il giudicato in nome di San Pietro, di trasmetterlo ai figli naturali e di versare un censo alla Santa Sede. Nel 1253, secondo quanto riportato dal can. Fara sulla base di un manoscritto ritrovato a Usellus, si tenne un Concilio al quale parteciparono i vescovi sardi e l’abate di Saccargia, anch’esso camaldolese. A partire dal 1263, l’arcivescovo di Pisa Federico Visconti, giunto in Sardegna come primate e legato pontificio, soggiornò per qualche tempo nell’abbazia, mentre nel 1268 la chiesa di Santa Maria, oltre che alla Vergine e a San Zeno, fu intitolata anche a San Romualdo, fondatore dei Camaldolesi. Abbandonata dai monaci verso la metà del XIV sec. il priorato divenne un beneficio curato residenziale con il compito di curare le anime delle ville di Bonarcado e Bauladu e l’elezione del priore passò dai giudici d’Arborea ai marchesi di Oristano e, da questi, prima ai reali di Spagna e poi a quelli sabaudi.

La chiesa di Santa Maria di Bonarcado è uno dei più importanti monumenti dell’arte romanica sarda anche per le sue dimensioni (31x14 m e alta 9 m). Costruita, così come l’abbazia, in diverse fasi ed epoche successive ha subito numerosi rimaneggiamenti, ampliamenti, accostamenti di nuove strutture, demolizioni e crolli, fino agli ultimi interventi della seconda metà del XX secolo con i quali si è cercato di ripristinare l’aspetto romanico, alterandone completamente la stratificazione storica. Il 19 giugno 2011 la Santa Sede ha riconosciuto la Chiesa di Santa Maria di Bonarcado il titolo di Basilica Minore.


L'antico santuario: su un impianto romano, la piccola casa di Maria

Bonarcado 2

Il santuario di Nostra Signora di Bonacatu, forse il più antico luogo di culto mariano dell’Isola, è di origine altomedievale e il titolo Bonacatu, viene interpretato come Madonna della Buona Accoglienza. Caratterizzato da una pianta a croce con bracci irregolari raccordati da un corpo con cupola, mostra una architettura assai complessa per via delle numerose stratificazioni murarie. Durante gli scavi condotti nella prima metà degli anni ‘90, sono stati riportati alla luce i resti di un impianto termale facente parte di una villa rustica del I sec. d.C.: alcuni pavimenti con mosaico e i resti del praefurnium (il forno in cui si produceva l’aria calda). In seguito l’impianto termale fu trasformato in un ninfeo, un luogo di culto dedicato alle ninfe.

In epoca bizantina, dopo un lungo periodo di abbandono, le strutture furono trasformate in una chiesa con l’utilizzo di tecniche costruttive simili a quelle usate per la costruzione nella chiesa di San Giovanni di Sinis (VI-VII sec.). A epoca più tarda risale la realizzazione delle arcate di rinforzo nei bracci orientale e meridionale, probabilmente per contenere il cedimento della cupola, con una tecnica costruttiva utilizzata anche per l’ampliamento della chiesa di San Giovanni Battista a Zerfaliu (successiva al XIII sec.).

Altri interventi furono fatti tra il XVIII e il XIX secolo, tra cui il posizionamento, nella facciata sud, di nuovi bacini ceramici negli alloggiamenti già presenti nell’impianto originario. A questo periodo risalgono le tracce di affresco nell’arcata orientale realizzato sopra un altro, precedente, di epoca ignota. Tra la fine del XIX e i primi del XX sec. le murature esterne erano intonacate ed erano presenti due porticati ai lati del prospetto sud-ovest, demoliti poco tempo dopo. Nella facciata del braccio settentrionale si trovava un campanile a vela, mentre in quella del braccio meridionale svettava una croce. Dopo i restauri degli anni ‘50 furono demolite tutte le strutture aggiunte negli anni precedenti, le ringhiere e i giardinetti e fu rimosso l’intonaco esterno. Durante gli scavi degli anni ‘90, all’interno del santuario fu rinvenuta una sola sepoltura del XIV sec., mentre altre sepolture sono state rinvenute all’esterno.


La formella della Madonna di Bonacatu: teneramente accogliente

Bonarcado 4Nel santuario di Nostra Signora di Bonacatu, su una piccola lastra di marmo all’interno di una nicchia sull’altare, si trova la formella in terracotta a rilievo raffigurante una Madonna col Bambino, risalente alla metà del XV sec. Oggetto di grande venerazione da parte dei devoti di tutta l’Isola, rappresenta, dal punto di vista storico-artistico, una delle poche opere rinascimentali conservate in Sardegna. La formella è racchiusa all’interno di una cornice decorata con colonnine tortili inserite successivamente nell’opera, forse in occasione della sua collocazione nell’altare; la nicchia è decorata con una cornice intagliata e dorata del ‘700. La rappresentazione della Madonna con Bambino, inserita all’interno di una nicchia sormontata da una conchiglia riporta a modelli di Donatello che trovano confronti con la Madonna di Verona, anche se presenta motivi caratteristici e unici che la avvicina alle opere di Michelozzo, uno dei più brillanti seguaci di Donatello.

Le prime notizie sulla presenza della formella nel santuario si trovano in uno scritto del can. Spano del 1869 che la colloca in un altare ligneo, consacrato nel 1448. L’opera fu, presumibilmente, commissionata da uno dei priori dell’abbazia di Santa Maria, probabilmente Elia de Palma (1414-1437), che fu anche arcivescovo di Oristano, personaggio di grande rilievo sia all’interno della Chiesa che del Giudicato arborense. É possibile ipotizzare che egli abbia commissionato l’opera durante il suo priorato e che successivamente sia stato trasferito nel santuario in occasione della consacrazione del nuovo altare nel 1448.

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