Domenica, 17 Maggio 2026

Spetta all’aborto il primato mondiale delle morti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno si registrerebbero nel mondo tra i 40 e i 50 milioni aborti. Una cifra impressionante per chi ritiene che la vita avviene all’atto del concepimento e sopprimerla equivale pertanto a un omicidio.

Riflettendo sui numeri, possiamo osservare come l’interruzione volontaria della gravidanza, mieta a livello planetario più morti del coronavirus, che alla data del 5 febbraio erano pari a 2.665.354 decessi, su una popolazione di circa 7 miliardi di persone. L’aborto, inoltre, fa più vittime di quanto non ne facciano le malattie cardiovascolari (circa 18 milioni), e quelle tumorali (circa 8 milioni). Malattie che si attestano tra i primi posti nel quadro mondiale dei decessi.

Il primato dell’aborto, come prima causa di morte al mondo, viene ovviamente ignorato dalla stampa ufficiale. Questo dovrebbe indurci a una riflessione profonda, soprattutto se crediamo che il bambino non nato, rappresenti una vita che non c’è più. Una vita a cui è stato negato il diritto di venire al mondo, di crescere e di diventare persona adulta. Con questo non si vuole colpevolizzare nessuno, tantomeno la donna, la quale il più delle volte si trova a essere sola nella sua dolorosa scelta.

A farci comprendere meglio come la tematica meriti di essere vista anche sotto l’aspetto degli strascichi che l’aborto genera nella donna, è uno studio condotto su donne che avevano abortito volontariamente. Lo studio ha evidenziato come 8 settimane dopo l’interruzione della gravidanza il 44% presentava disturbi psicologici, il 36% disturbi del sonno, il 31% si era pentita e il 30% era ricorsa all’uso di psicofarmaci. Secondo gli esperti la donna che pensa di abortire si trova in una situazione di vulnerabilità psicologica e le persone che le stanno accanto possono avere grande influenza sulla sua decisione finale. Proprio per via della particolare vulnerabilità, sostengono gli esperti, è possibile che la donna attui una scelta che in realtà non corrisponde a un volere consapevole.

Scelta che nel tempo può provocare sentimenti di dolore e rimpianto. Ritornando ai numeri, sempre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che il 55% degli aborti avviene in condizioni di sicurezza, il 34 % in condizioni di minor sicurezza e il 14% di bassa sicurezza. Tra i paesi dove le condizioni di sicurezza sono precarie abbiamo: l’Asia, l’Africa e l’America Latina. Le scarse condizioni di sicurezza presenti in questi Paesi provocano ogni anno problemi di salute a circa 7 milioni di donne e la morte di circa 43mila donne per aborti non sicuri.  

Spesso a morire a causa dell’aborto sono ragazze giovanissime rimaste in stato interessante a seguito di abusi sessuali. Un quadro inquietante sul quale bisognerebbe fare una ulteriore riflessione, e che merita di essere denunciato e affrontato a livello globale. Secondo i dati del Ministero italiano della Salute, l’Italia ha il valore più basso di aborti chirurgici a livello internazionale e anche europeo. In Italia l’anno nero dell’aborto è stato il 1983 con ben 234.801 casi. Rispetto all’anno citato il trend è diminuito nel tempo.

È sempre il Ministero della Salute a farci sapere che nel 2018 sono state notificate 76.328 interruzioni volontarie di gravidanza. In Italia, però, cresce l’uso della cosiddetta pillola del giorno dopo. Dai dati del Ministero abbiamo i seguenti numeri riferiti alle confezioni utilizzate dalle donne per interrompere la gravidanza: 145.101 confezioni nel 2015, 189.589 nel 2016, 224.802 nel 2017, 260.138 nel 2018. Ritornando all’aborto chirurgico il Ministero della Salute ci informa che il 47% delle donne che hanno abortito aveva un diploma di scuola media superiore, il 45% delle straniere aveva invece la licenza di scuola media. Le nubili italiane si attestano intorno al 59,4%; le coniugate sono il 34.3%. Tra le straniere il 46.5 % è coniugata e il 48,1% è nubile. I dati diffusi dal Ministero spiegano infine come le straniere rappresentino una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane.

Franca Mulas

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