Lunedì, 25 Maggio 2026

 

Difficile immaginare una vita senza musica. Una delle sette arti che, dall’alba dei tempi, ha scandito e accompagnato la vita dell’uomo: dai riti magici al lavoro, spesso segnati da ritmo e suoni, non solo gutturali ma anche di utensili litici che nelle officine all’aperto scalfivano la pietra nera per formare strumenti della nostra primitiva evoluzione tecnologica.

La musica nella contemporaneità è astrazione, riflessione, cultura, armonia di vita. Gli aedi di oggi sono in perfetta sintonia con il loro strumento: un flauto, una chitarra, un violino. Rappresentano il loro stile, la personalità che li distingue.

Fra i poeti odierni abbiamo avuto la fortuna di incontrare Giorgio Crobu, un musicista sopraffino che, dopo avere battuto le scene internazionali, avere insegnato chitarra jazz al Conservatorio di Berlino, vinto con Abbarossa nel 2004 il miglior disco dell’anno in Germania, ha scelto, per il suo riposo, di fare rientro part time nel suo nuovo ritiro di Bauladu. Un filosofo della musica al quale abbiamo posto alcune domande.

Sappiamo che ha lasciato la Sardegna quasi 50 anni or sono, incontrando un mondo che non esiste più: partire è stato un salto nel vuoto?

Nella vita bisogna saper osare, avere fiducia in sé stessi, ascoltare la propria musica interiore e quel vuoto che sembra essere ignoto: lentamente si colma di sogni che si realizzano.

Oggi come si definirebbe?

Io sono un pendolare, viaggio. Sono un po’ qui a Bauladu e un po’ resto a Berlino.

Quando torna in Sardegna come organizza il suo tempo?

Studio, mi godo l’orizzonte da casa mia e una volta al mese organizziamo delle jam session.

Ci spieghi: cos’è una jam session?

È un incontro informale con diversi musicisti, suoniamo improvvisando, tra quel repertorio di circa duemila brani che ognuno di noi ha in dote. Arrivano qui amici da Cagliari e Sassari.

Qual è la peculiarità del Jazz?

L’istantaneità.

Torniamo a Berlino.

Berlino era nel centro della Germania Est, molti pensano che fosse al confine tra Germania Ovest e Germania Est. Si stava meravigliosamente bene. L’Ovest voleva mostrare all’Est quanto si stesse bene.

Perché scelse proprio Berlino?

Avevo voglia di suonare, di vivere l’avventura lontano dalla Sardegna, così mi ritrovai davanti alla cartina geografica dell’Europa: individuai Copenaghen, Parigi e Berlino... ma un’amica viveva a Berlino, se fosse stata a Parigi sarei finito a Parigi.

Questo è solo l’inizio. Come si è inserito nel mondo della musica?

Ho cominciato proprio frequentando le jam session. La vita non è stata facile per niente ma scelsi di resistere e restare. Sono nate così le prime relazioni, i primi contatti, nonostante lo scoglio della lingua e della chiusura tipica che noi sardi spesso abbiamo.

Cosa l’ha tenuta all’estero?

La tenacia.

Lei ha doti naturali, capacità che ha sviluppato, ampliato e maturato: ma oltre la bravura cosa l’ha distinta da tutta la moltitudine di altri musicisti berlinesi?

Lo studio. Per emergere ti scatta un istinto primordiale di sopravvivenza, ho trascorso infinite ore studiando. Per fare la differenza è stato necessario. Si manifestano forze che neppure si pensa di avere. Devi lottare.

L’incontro invece con il Conservatorio?

Al Conservatorio ci sono arrivato grazie ai miei studenti, che dal Conservatorio, privatamente e prima che diventassi docente, prendevano lezioni da me. Sono loro che mi hanno costretto ad andare dal direttore. Sono gli studenti che mi hanno scelto.

Lei ha avuto studenti provenienti da ogni parte del mondo. Che fine hanno fatto? Che suggerimenti ha dato loro?

Ho sempre detto loro di guardare dritto in alto, imparare dai grandi della musica, senza avere falsi miti. Oggi sono diventati famosi e sono sempre in tournée.

Ma lei ha smesso di lottare?

Oggi sono venuto qui a Bauladu perché voglio la mia meritata pace e mi godo i frutti della vita, della musica. Ci siamo così poco su questa terra che siamo turisti della vita.

Come si resta persone?

Oggi tutto è spettacolo, bisogna capire che se scegliamo di alimentare la nostra maschera esteriore accresce il nostro vuoto interiore, che si riempirà solo di paure e non senso. Bisogna sapersi amare e non temere di conoscersi.

Antonello Carboni


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