Domenica, 23 Settembre 2018

 

“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa.

di Veronica Moi

L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica. Laura Spano, nel suo percorso di tesi, ha elaborato una nuova strategia per orientarsi in carcere, integrabile alle nuove tecnologie che permettono di migliorare la sorveglianza.

Laura, qual è stato il primo impatto quando vi siete avvicinati all’ambiente in cui dei minori scontano delle pene?

L’impatto più forte è stato all’ingresso del carcere: un posto molto isolato e anche desolato, che possiamo definire brutto. Non c’è una particolare cura degli spazi e non è molto favorevole alla rieducazione dei ragazzi: questo viene percepito sia da chi vive in questi ambienti per scontare una pena, sia dagli operatori professionali.

In che modo il tuo lavoro è stato utile a migliorare la struttura detentiva? Quali sono state le più grandi difficoltà ma anche i risultati?

Avendo stabilito da subito un bel legame con i ragazzi, ho pensato che il mio lavoro fosse utile a migliorare in particolare gli spazi di connessione, perché in carcere è difficile orientarsi. La difficoltà maggiore nell’affrontare il progetto è data dal fatto che c’è molto ricambio e solo alcuni ragazzi seguono le attività dall’inizio alla fine. I ragazzi hanno vissuto questa esperienza come un’occasione di condivisione con persone d’età molto prossima a loro, un’esperienza di vita diversa perché sono abituati ad interagire solo con “gli adulti”.

La tua tesi verte quindi sulle connessioni...

Sì, mi sono concentrata sugli spazi di connessione, ovvero i corridoi che portano dalla struttura detentiva ai luoghi in cui si svolgono diverse attività come quelle scolastiche e ricreative. Dagli studi è emerso che c’è uno scarso utilizzo dei colori, utilizzo talvolta sbagliato e privo di una ratio: i colori, infatti, favoriscono il benessere ambientale e contribuiscono a fare in modo in che i ragazzi possano vedere il carcere come un luogo di cura e non come un luogo di pena. Ho presentato loro degli scenari progettuali che mostravano come può cambiare il carcere al suo interno e oltre al colore ho fatto uno studio sul “wayfinding” (trad. “trovare la strada”, ndr), sistema utilizzato negli ospedali, nelle metro e nei luoghi dove la gente ha bisogno di orientarsi. Essendo il carcere un ambiente molto dispersivo, è un sistema utile per tutti, non solo per i detenuti. Il sistema dà indicazioni sia sui luoghi che si trovano nello stesso piano sia sulle direzioni da seguire a seconda di dove si vuole andare.

È possibile integrare una maggiore libertà ad una sorveglianza diversa?

Si sta cercando di aumentare la videosorveglianza (o meglio, sorveglianza dinamica) integrata alla teoria dei colori, e questo consente ai ragazzi di essere sorvegliati in modo meno pressante, di muoversi in maniera più libera. Questo sistema non è ancora stato attuato completamente ma è in corso d’opera. La tesi si è conclusa con la riqualificazione cromatica degli scenari, opera che verrà attuata insieme ai ragazzi, facendoli sentire parte del cambiamento. Hanno mostrato grande interesse e sarebbero molto contenti di essere coinvolti.

Qual è dunque il ruolo del colore?

Il colore si coniuga al sistema di orientamento perché la lavorazione segue un ragionamento: per esempio la sezione detentiva ha un colore e dei sotto-toni con gradazioni diverse: ogni settore ha un colore ben definito e loro possono associarlo alla funzione dell’ambiente I colori, facili da memorizzare, sono il blu per la zona detentiva, giallo per i laboratori e il rosso per le attività scolastiche e ricreative. Il sistema di orientamento, poi, dà forza a questa idea.

È possibile mantenere i contatti con i ragazzi che lasciano la struttura detentiva al termine della pena?

Mi viene in mente un ragazzo che, prima di lasciarci, mi ha chiesto l’indirizzo per scrivermi delle lettere ma per questioni di sicurezza non possiamo comunicare dati personali. «Se non posso scriverti io, almeno scrivermi tu», mi ha detto, lasciandomi un foglietto col suo nome, ma purtroppo non siamo riusciti a rimanere in contatto e iniziare la corrispondenza. Mi ha lasciato un senso di spontaneità: non ho mai visto quei ragazzi come “diversi”. Abbiamo interagito con loro cercando di rendere il carcere un luogo in cui ci si può impegnare, tutti.

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