Martedì, 23 Ottobre 2018

Foto: Nicola Paba

“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa.

di Veronica Moi

L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica. Alice Salimbeni ci racconta come è possibile studiare e realizzare nuove disposizioni spaziali, in relazione alle diverse esigenze ma anche alla cultura, alla religione, all'età, nell'ottica di una cella capace di ospitare sogni e amicizie.

 

Tracce, percorsi ma anche impronte: il mondo accademico e della ricerca può lasciare un segno nei luoghi di reclusione? E viceversa, qual è il segno che vi è rimasto?

La mia tesi nasce dall’ultimo giorno in cui eravamo coinvolti nel progetto proposto dalla professoressa, ed è stata un’occasione per fare qualcosa di concreto con guide eccezionali. Sono rimasta colpita da un ragazzo (non italiano) che, nel libro su cui illustravo i progetti, in ultima pagina aveva scritto “Da le celle alle stelle”. Quando ho letto quelle parole, ho pensato a quanto sarebbe stato bello continuare, sulle tracce di un esame accademico, un percorso attraverso il quale ho potuto ridisegnare la sala per gli incontri all’aria aperta. I ragazzi volevano partire dall’esterno e quindi ho fatto una proposta di spazio che supportasse un luogo di incontro per vedere tutelati gli spazi a seconda della cultura, della religione, dello stato d’animo. Le distanze delle varie postazioni sono studiate da un punto di vista architettonico e sono distanze orientate. Pertanto, mentre prima si poteva stare solo faccia a faccia, secondo il mio progetto, ora è possibile stare in diverse disposizioni.

Cosa significa per te “Da le celle alle stelle”? Come avete realizzato il progetto?

Dal carcere non si vede il cielo. Quel che rimane dei suoi colori è visibile solo attraverso dei rettangoli, stretti e allungati, attraverso le sbarre. L’obiettivo fondamentale era quello di far rivedere il cielo, come aveva scritto uno dei ragazzi sul libro. Per far questo, abbiamo iniziato a pensare tutto su carta e poi abbiamo fatto una raccolta fondi che ha coinvolto numerosi artisti cagliaritani, i quali hanno cantato durante una rassegna intitolata “Dai diamanti non nasce niente” e hanno dato numerosi contributi. Raccolti i fondi, insieme alla professoressa, abbiamo mostrato il progetto ai ragazzi, acquistato il materiale da imprese che hanno, a loro volta, dato una mano e poi abbiamo trovato un gruppo di volontari eccezionali, che hanno prestato la loro manodopera.

Il ruolo di chi impara e di chi insegna ha subito delle variazioni?

Noi siamo andati senza la pretesa di insegnare, ma tutti abbiamo insegnato e imparato qualcosa. Autocostruire significa che le persone stanno al centro perché i fruitori ripensano lo spazio in cui vivono e lo rendono migliore con le proprie mani, oltre la fatica e le condizioni metereologiche. Ci sono stati momenti difficili a cui hanno avuto seguito scambi umani veramente profondi. La mia tesi vuole dimostrare come l’architettura può catalizzare le emozioni di tutti: il personale, gli agenti, i ragazzi... Attorno a questo progetto, non ancora concluso, si è costituita una comunità che ha realizzato e costruito tutto che si sente umanamente legata a quello spazio. A breve pubblicheremo anche un video che racconta l’esperienza come persone.

C’è un evento che ricordi con più emozione?

Sì, c’è un evento che ricordo con grande emozione. Due ragazzi mi hanno chiesto: “ti fidi di noi? Volevamo portarti sopra l’osservatorio”. Soffro di vertigini ma ho detto di sì e mi hanno portato lì in alto con un senso protettivo inimmaginabile. Mi hanno chiesto fiducia, non lo avevano ancora fatto.

Attraverso questo percorso, ho potuto vedere anche i docenti nel mostrare doti umane fuori dal comune. Sono venuti ad aiutarci e spesso hanno portato la merenda, perché quando i progetti erano parzialmente realizzati, abbiamo scoperto tutti insieme quanto è bello vivere la convivialità sotto il sole. Questa è stata la vera conquista per tutti: rieducare e rieducarsi alla fiducia e al rispetto.

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