Giovedì, 19 Luglio 2018

 

“Fuori luogo: ripensare gli spazi di vita all’interno dell’IPM di Quartucciu” è un progetto che prende vita nelle aule di architettura dell’Università di Cagliari, con la professoressa Barbara Cadeddu. Tre neolaureate hanno discusso le loro tesi presso la struttura detentiva, davanti ai ragazzi che hanno preso parte in prima persona alla progettazione e all’ideazione delle loro tesi, una delle quali ha avuto anche una fase realizzativa.

di Veronica Moi

 

L’obiettivo è quello di trovare un punto di raccordo tra gli studenti di architettura e i ragazzi del carcere minorile attraverso il laboratorio di progettazione architettonica. In questa intervista, Giulia Rubiu, ci racconta come è possibile integrare le funzionalità della realtà aumentata per migiorare l'architettura carceraria.

Come nasce l’idea di fare una tesi integrando la scienza dell’architettura al portante tema della rieducazione nei luoghi di reclusione?

Durante il mio percorso universitario ho maturato l’interesse per le tecnologie e le metodologie informatizzate applicabili nel settore delle costruzioni. Nello specifico, mi sono concentrata sulla metodologia Building Information Modeling (BIM), che è un nuovo modo di progettare attraverso cui si riesce, in maniera sinergica, a integrare la fase di progettazione, costruzione, manutenzione e gestione delle informazioni con un software. Il mio principale obiettivo era quello di favorire la collaborazione tra le diverse parti, coinvolgendo il personale e i ragazzi e cercando di superare qualsiasi barriera linguistica o culturale, grazie alle più moderne tecnologie. Il BIM è stato uno strumento imprescindibile che mi ha permesso di fare una progettazione partecipata, quindi favorendo il dialogo con le parti sociali più deboli, con tutti coloro che sono privi di competenze tecniche, quindi facilitando il processo di collaborazione e partecipazione.

Di cosa tratta nello specifico la tesi?

Attraverso il lavoro svolto anche con la professoressa Emanuela Quaquero ho potuto approfondire tutti gli strumenti legati alle nuove rappresentazioni di progetto, in cui ho trattato la realtà virtuale e aumentata, favorendo, attraverso, l’implementazione di queste metodologie, la lettura dello spazio ipotizzato dei diversi ambienti e la comprensione delle piante. In entrambi i casi, la comprensione prescinde dalla lingua e dalle competenze specifiche, in quanto è necessario utilizzare semplicemente la vista. Gli ambienti vengono scansionati attraverso un’app per smartphone, che, con una “semplice fotografia”, ci permette di acquisire una panoramica di una stanza o di un ambiente esterno, come se questo fosse reale, aggiungendo o rimuovendo elementi, arredando con componenti virtuali, progettando in modo più realistico. Questo ci consente di capire se è meglio un armadio o una libreria, per esempio, quale colore sia preferibile, tutto con pochi click!

Quel che hai portato in sessione di laurea è stato realizzato?

Non ancora, solo alcune idee sono state portate sul campo, ma spero di poter vedere realizzato il progetto, perché studiare e rendere utili alla società le proprie competenze è il primo passo per migliorare e migliorarsi.

Qual è la cosa più importante che umanamente ti rimane da questa esperienza?

Sicuramente la consapevolezza di aver aiutato un gruppo di minori detenuti a migliorare uno spazio di vita all’interno dell’istituto, superando molti pregiudizi. Mi ha colpito molto un ragazzo che si è avvicinato e mi ha detto: «per la prima volta ho avuto la possibilità di sentirmi accettato parlando con voi». Queste sono state parole che mi hanno colpito. E poi mi rimangono le loro storie, mi hanno aiutato a crescere ed è stata un’esperienza pienamente coinvolgente a livello umano, oltre che didattico.

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