Martedì, 19 Giugno 2018

 

Un’informazione che riduca la distanza tra il carcere e la società, il ruolo del volontariato e l’importanza delle misure di comunità alternative al carcere. Il 27 febbraio a Oristano, nel corso organizzato dall'Ordine dei Giornalisti, si è parlato di informazione e realtà carceraria, della centralità della persona nel racconto dei media...

a cura di Maria Chiara Cugusi

È stata l'occasione per intervistare Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti orizzonti, giornale della Casa di reclusione di Padova e dell'Istituto di pena femminile della Giudecca oltre che presidente della Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia.

In che modo raccontare oggi il carcere?
Nella nostra redazione abbiamo capito qual è il modo giusto per raccontare il carcere quando ci siamo accorti che nell’ambito del nostro progetto, in cui i detenuti dialogano con gli studenti, questi ultimi avevano l’illusione della “estraneità” del carcere, visto come una realtà che riguarda solo i “cattivi”, coloro che hanno fatto una certa scelta di vita. In questi 20 anni di volontariato ho incontrato tante persone che non avrebbero mai immaginato di andare in carcere: ecco, con i ragazzi partiamo sempre dai reati che chiunque potrebbe compiere, come quelli legati all’abuso di sostanze alcoliche, o quelli per “futili motivi”. Il nostro compito di giornalisti è ridurre questa finta distanza che la “cattiva informazione” crea tra il carcere e la società, la sicurezza di dire “a noi non capiterà mai”. E proprio la consapevolezza che questa realtà può riguardare anche noi, i nostri cari, ci fa guardare alle pene in modo diverso…

Qual è l’importanza dei percorsi alternativi al carcere?

Nel racconto dei detenuti emerge che quelli che hanno scontato la pena interamente in carcere non hanno un deterrente per non commettere più reati, anche perché resta solo il dolore, il rancore. Secondo un’indagine svolta qualche anno fa a livello nazionale dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, su circa 15mila detenuti, le persone che scontano l’intera pena in carcere nel 69% dei casi ritornano a commettere reati, mentre tra coloro che scontano la pena con una misura alternativa, uscendo prima dal carcere in un percorso guidato, la recidiva crolla al 19%.

Qual è il ruolo del volontariato?

Il volontariato ha la capacità di essere anche fuori, nel territorio, di accompagnare le persone che, in alcuni casi, si troverebbero totalmente sole. Anche quando si ha accesso alle misure alternative, la situazione non è così semplice: ci sono regole da rispettare, bisogna ricostruire gradualmente le relazioni, i rapporti con i familiari, con i figli, spesso annullate dall’esperienza del carcere. Ci deve essere una gradualità: spesso la persona che ha trascorso tanti anni in carcere, una volta fuori, vorrebbe recuperare subito il tempo perso. Invece occorre aiutarla ad accettare l’idea di partire da quel momento, cercando di riparare al male fatto e di costruire qualcosa peril futuro.

Quali sono le progettualità più efficaci?

Dentro il carcere le progettualità più efficaci sono quelle che mettono le persone davanti alle loro responsabilità: gli incontri con le vittime sono straordinari, così come sono importanti quelli con gli studenti che impongono di “restituire” qualcosa alla società.
È importante rafforzare ulteriormente le “misure di comunità”, che sono tante ma non abbastanza: circa 20mila detenuti hanno da scontare un residuo di pena sotto i tre anni, quindi potrebbero essere inseriti in una misura, e invece si trovano in carcere.
Ogni detenuto che resta fino all’ultimo giorno in carcere è una sconfitta per la società, perché quando torna in libertà è una persona profondamente a rischio. Inoltre, tanti non accedono alle misure alternative, perché non hanno risorse, appoggi sul territorio, perché c’è sempre più una cosiddetta “detenzione sociale”: Ecco allora l’importanza di tutte le strutture gestite dal volontariato che aiutano queste persone a reinventarsi e a ricostruire se stesse.

 

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