Anche le cronache di questi giorni ci raccontano di continui sbarchi di migranti sulle nostre coste. Alcuni di questi giungono a compimento, altri, purtroppo, si completano solo con qualche superstite al quale spetta il triste compito di fare la conta di quanti compagni di viaggio ha dovuto salutare in mare.
Un tema, quello delle migrazioni, di cui non si parlerà mai abbastanza e a cui fanno seguito azioni alla cieca, incapaci di trovare soluzioni per questo drammatico fenomeno.
Recentemente se n'è parlato anche a Oristano. La dottrina sociale di fronte al fenomeno migratorio: questo il tema dell'incontro promosso dal Movimento Cristiano Lavoratori di Oristano svoltosi giovedì 17 luglio in città e moderato dall'avvocato Roberto Fozzi, componente della Commissione nazionale Formazione del Movimento. Un'occasione per riflettere su uno tra i problemi che hanno inciso in maniera rilevantissima nella vita e nella storia stessa dei nostri Paesi, influenzando anche le scelte politiche degli elettori e il modo di vivere dei cittadini.

Particolarmente apprezzato e ricco di spunti l'intervento di mons. Roberto Caria, docente alla Facoltà regionale di Teologia e Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Oristano, che ha illustrato i principi sui quali è fondata la dottrina sociale della Chiesa in materia. Ne abbiamo parlato con lui a margine dell’incontro.
Mons. Caria... Il tema della migrazione è particolarmente complesso. Da dove partire con la nostra riflessione?
Innanzitutto dal ruolo della politica. È la politica, non l'economia, che deve dettare le necessarie regole per affrontare questo fenomeno. Facciamo un esempio: non basta dire che abbiamo bisogno di lavoratori stranieri in certi settori e far venire in Europa chiunque voglia lavorare. È la politica che deve disciplinare questo fenomeno favorendo un’immigrazione legale e ordinata.
Facile a dirsi ma poi le persone vogliono entrare in Europa comunque.
È vero, ma a questo proposito occorre ribadire che esiste un diritto a vivere nella propria patria. La Chiesa, e in particolare i Vescovi dei Paesi africani, hanno sempre favorito la permanenza di uomini e donne nei paesi di appartenenza e l'impegno dei residenti per il progresso economico e sociale dei paesi meno sviluppati. Se i giovani abbandonano i loro paesi finiscono per impoverirli ancora di più.
A volte si fugge da guerra, dittature, carestie.
Occorre la massima solidarietà e accoglienza per questi casi, che non deve mai mancare. Anche in queste ipotesi, tuttavia, bisogna organizzare e disciplinare flussi di arrivo regolare e ordinato e contrastare l'immigrazione illegale. Lo ricorda la Chiesa anche nel Catechismo per gli adulti del 1992, al capitolo 2242: le nazioni ricche devono accogliere chi viene alla ricerca di sicurezza e di risorse necessarie alla vita. Spetta poi agli Stati assicurare strutture di prima accoglienza ma anche procedure rapide per stabilire chi ha diritto di entrare e chi no perché, anche in questo caso, la Chiesa richiama la necessità di governare in misura intelligente il fenomeno, favorire l'immigrazione regolare e combattere quella clandestina, che rappresenta alla fine un danno anche per gli immigrati regolari.
Un altro problema è poi l'integrazione di nuovi arrivati. Spesso la gente ha paura degli immigrati.
Non bisogna aver paura del confronto con altre religioni e culture a patto di avere una forte identità propria e basi culturali solide con cui poi dialogare serenamente con le altre realtà. Anche in questo caso la Chiesa indica principi che poi spetta agli ordinamenti degli Stati tradurre in leggi e regole. Fra questi anche i doveri dell’immigrato, tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, a obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri. Del resto nella regolazione dei flussi migratori la Chiesa ha sempre invitato ad agire con equilibrio, tenendo conto anche delle esigenze del Paese che accoglie e del bene comune, cioè delle esigenze di benessere generale della comunità.
Anche qui la teoria è difficile e complicata da tradurre in pratica.
Non c’è dubbio. Tuttavia la Chiesa segnala molto chiaramente che la difficoltà o addirittura l’aperto rifiuto a integrarsi nella cultura del Paese di accoglienza, proprio di alcuni gruppi, costituisce un problema oggettivo sul quale sarebbe doveroso riflettere.
Intervista a cura di Daniele Manca
Foto Vatican Media / SIR
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