Seppur giovanissima, attualmente è uno dei volti della TV più conosciuti, grazie alla partecipazione ad alcuni reality. Ma la sua fama è legata anche a programmi televisivi e radiofonici in cui ha sempre mostrato un’alta competenza professionale in termini di conoscenze e cultura. Giulia Sara Salemi è un’artista che non ha mai smesso di creare, nemmeno quando il contesto sembrava chiederle di ridimensionarsi. L’abbiamo intervistata in una conversazione intensa e senza filtri, in cui ha ripercorso la propria storia personale e artistica: dall’infanzia segnata da un’urgenza espressiva precoce fino al presente, fatto di teatro, musica, studio e ricerca di autenticità.
* A cura di Daniele Vargiu
Partiamo dall’inizio, da quando eri bambina...
Sono nata il 15 dicembre 2003. Sono sempre stata uno spirito libero. Fin da quando ho memoria, ho sempre creato. Cantavo, ballavo, scrivevo, disegnavo, recitavo. Avevo un bisogno costante di esprimermi, di trovare un ambiente in cui poter tirare fuori ciò che avevo dentro, perché avevo, e ho tantissimo da dire. Da piccola tutti mi dicevano: Tu fai dei discorsoni. Ed era strano per una bambina così piccola. Avevo già tante idee, tante riflessioni, una morale molto forte.
Ti sei mai sentita diversa?
No, non mi sono mai sentita diversa. È sempre stato il mondo a dirmelo. Mi dicevano diversa, a volte addirittura strana, ma in senso positivo. Ma a me la parola strana è sempre piaciuta. L’idea di essere uguale agli altri mi ha sempre fatto paura. Non riesco ad adeguarmi a una realtà in cui bisogna parlare poco, sentire poco, esporsi poco. Oggi c’è una grande paura dell’essere umano, dell’autenticità. La paura di sentirsi a disagio o dell’imbarazzo, del cringe, come si usa dire oggi, ha ucciso la libertà di esprimersi.
Com’era il tuo rapporto con la scuola e con gli altri?
Alle elementari e alle medie leggevo, mentre gli altri giocavano. Non uscivo nemmeno a ricreazione. I professori mi dicevano di uscire, e io rispondevo che stavo bene nel mio libro. Compravo un libro al giorno, li finivo velocemente. Se la realtà mi sembrava povera di contenuto, avevo bisogno di rifugiarmi in una realtà più alta. Mi creavo mondi alternativi, vivevo lì.
La tua famiglia come ha vissuto questa tua inclinazione artistica?
I miei genitori mi hanno sempre riconosciuta come una bambina con un mondo interiore bellissimo e non hanno mai cercato di farmi credere che fosse sbagliato. Questo mi ha salvata. Però venivano da una mentalità molto concreta: lavoro, sacrificio, stabilità. Non avevano mai immaginato davvero che io potessi fare l’artista. A volte mi sentivo frenata, non capita. Oggi mia madre mi aiuta tantissimo nel lavoro, quasi come una manager, e questo ha creato anche conflitti familiari. Abbiamo visioni diverse: io sono arte, sogno, profondità; loro sono più orientati a ciò che dà sicurezza immediata. Stiamo trovando un equilibrio.
Il provino per Miracle Tunes è stato un punto di svolta.
Sì. Ho mandato video imbarazzanti: stonata, scoordinata, ma senza vergogna. Mi hanno presa non per il talento tecnico, ma perché ero me stessa. Poi ho studiato tutto: canto, danza, recitazione. Il talento l’ho costruito dopo. Ho girato in Spagna per mesi, con ritmi durissimi, sveglia all’alba, studio, prove.
Com’è stato l’impatto con il successo?
Improvviso. Tour nei centri commerciali, file di bambini, la fine del bullismo. Ma anche l’inizio del controllo: qualcuno che approvava le mie storie, che mi diceva come vestirmi, cosa dire. Ho interiorizzato quelle regole e me le sono portate dietro per anni.
Quando è arrivata la vergogna?
Dopo. Prima non ne avevo. Salivo sul palco senza paura. Oggi, se non sono preparata, faccio fatica. Ho interiorizzato il giudizio. È il prezzo della professionalizzazione, dell’esposizione continua.
I social che ruolo hanno avuto e come li vivi oggi?
Ambivalente. Mi sono adattata, sono stata camaleontica, ma l’ho pagata cara. Dentro stavo male. Il TikTok da quindici secondi non è il mio potenziale. Il pubblico era superficiale, voleva gossip, non faceva domande. C’era una distorsione fortissima tra me persona e me personaggio. Oggi cerco un ridimensionamento. Sono uno strumento, una grande opportunità, ma vanno studiati. Voglio costruire un’identità digitale che non mi riduca. È una sfida aperta.
Dove ti senti davvero a casa?
Sul palco e in radio. Con un microfono in mano mi sento a casa. Ho condotto eventi importanti, anche all’Arena di Verona, e ho condotto a Radio Zeta, un’esperienza fondamentale per me. In radio sto benissimo: parlare, improvvisare, gestire il tempo, costruire un discorso. È uno spazio che sento mio quanto il palco. Nella mondanità, invece, mi sento soffocare. Non amo le connessioni effimere.
Studi anche all’università.
Sì, mi mancano sei esami alla laurea. In questi giorni ho spettacoli, prove, live, esami. Sono molto stanca, ma ho tanta fame.
Cosa ti aspetti dal futuro?
Una risposta della realtà. Sono cambiata dentro, ora mi aspetto che anche fuori qualcosa cambi. Voglio continuare a seminare. Ho 22 anni: se non lo faccio ora, quando?
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