Martedì, 18 Giugno 2024

 

Seppure non sia stata ancora ufficializzata la data, nel 2024 i cittadini sardi è certo che torneranno nei seggi per eleggere il nuovo Consiglio regionale: è molto probabile, così si vocifera, che le elezioni saranno fissate a febbraio. Comincia già a muoversi qualcosa in termini di campagna elettorale con le coalizioni che iniziano a svelare le prime carte tra ritorni di spicco, conferme di attuali consiglieri o nuovi personaggi alla ribalta. Per offrire un servizio di accompagnamento verso un evento politico molto importante per la nostra Isola, apriamo una serie di interviste con esperti del nostro territorio.

Per iniziare, abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea Santucciu, classe 1977, sindaco di Marrubiu dal 2011 al 2021 ma impegnato in Amministrazione sin dal 2006; attualmente è coordinatore provinciale del partito dei Riformatori sardi e ha deciso di non candidarsi per la prossima contesa elettorale regionale.


Manca ancora un po’ alle elezioni del 2024, ma vogliamo prepararci al meglio. Come stiamo arrivando alle prossime elezioni regionali?

È una campagna elettorale che è iniziata ma ancora non tutto è definito. Proprio per questo ho notato un po’ di disorientamento da parte dei cittadini che vogliono sapere con chiarezza chi saranno i presidenti, i candidati, i loro programmi perché le problematiche del nostro territorio sono innumerevoli. Ogni consigliere regionale uscente ha certamente fatto del suo meglio per il territorio, questo va detto: però da chi si candida ci si aspetta ancora di più perché i problemi da risolvere restano tanti. Anche se mi accorgo che è più facile per i sindaci rispetto ai consiglieri regionali trovare soluzioni alle problematiche legate al tessuto sociale di oggi. È paradossale perché i sindaci sono quelli che hanno meno fondi, meno risorse, ma riescono ad avere la visione immediata delle problematiche nel territorio, nelle famiglie, nei vari settori: sono sostanzialmente più pronti a controllare, a monitorare, rispetto a un consigliere regionale che invece deve fare un atto di programmazione, un atto di legislatura.

I sindaci confidano molto sulla Regione. Più volte li abbiamo sentiti chiedere a gran voce che non siano lasciati soli dai governatori regionali. Come la Regione può farsi prossima verso i Comuni più piccoli?

Cinque anni fa, da sindaco, dicevo che bisognava aiutare i piccoli e medi Comuni: lo confermo. Bisogna aiutarli nelle risorse di spesa corrente e nella realizzazione di un osservatorio degli Enti locali. Uno strumento per riconoscere le necessità e che aiuti a trovare soluzioni possibili a esse. La vicinanza oggi si può concretizzare anche nel legiferare la parificazione tra gli emolumenti di coloro che sono dipendenti comunali e di livello superiore per evitare la migrazione dal piccolo Comune all’Ente di livello superiore. Bisogna evitare che i dipendenti svuotino gli uffici comunali aiutandoli nella ridistribuzione dei carichi di lavoro e con maggiori risorse per gli stipendi. E ancora, a parer mio, si può sostenere i Comuni abbandonando l’idea della fusione tra loro. Sono impossibili in Sardegna. Già le Unioni dei Comuni sono anti economiche, lo dice la Corte dei conti: io ritengo che il singolo Comune può ancora sopperire con l’intelligenza e l’impegno del sindaco.

Possiamo anche essere d’accordo sull’impegno e l’intelligenza? Ma, tutti si chiedono: con quali risorse?

Bisogna avere il coraggio di fare le riforme. Abbiamo abolito le provincie perché in molti sostenevano andassero abolite. Però non si è trovata una soluzione alternativa a un Ente che invece era necessario per alcune servizi. Perché, per esempio, non pensare di trasferire i fondi europei direttamente ai Comuni senza passare né per lo Stato né per la Regione? Occorre attuare riforme: meno slogan e coraggio di essere anche impopolari.

Come la Regione invece deve stare agganciata allo Stato da cui sembra spesso poco considerata?

È una caratteristica comune delle ultime amministrazioni regionali quella di aver sempre rivendicato lo status di insularità e la condizione svantaggiata che da essa ne deriva. Molto si è fatto, tanto ancora c’è da fare. Ecco, basterebbe che lo stato nazionale riconoscesse davvero lo stato svantaggiato di isola nei trasporti. La Regione sta chiedendo, deve farlo con più forza perché lo Stato riconosca questa situazione di svantaggio legata all’insularità.

Torniamo alle elezioni. Che tipo di identikit deve avere il consigliere regionale?

C’è chi si impegna per rappresentare al meglio il suo territorio. Ma oltre a essere presente e raccogliere lamentele, il consigliere regionale deve avere una prontezza intellettuale, deve essere preparato e deve essere capace di legiferare in più ambiti possibili, cioè deve avere l’idea degli interventi che servono nei vari settori e proporre leggi pertinenti rispetto all’attuale giurisprudenza e alle esigenze del territorio che sono innumerevoli. Proprio per questo, l’eletto si dovrebbe circondare certamente di persone non solo di fiducia ma che siano esperti dei settori, con cui lavorare in maniera sinergica, per tradurre le esigenze materiali, leggere il problema, fare sintesi e legiferare.

Le priorità, come detto, sono innumerevoli. Tra queste, favorire politiche affinché i sardi non emigrino: come fare?

Dobbiamo chiedere alla Regione politiche che garantiscano servizi e favoriscano opportunità ai sardi di restare in Sardegna. Ho maturato l’idea che talvolta si facciano interventi spot o comunque, anche se giusti, che restino fine a sé stessi. Occorre un’idea di progettualità, e una crescita nel lungo periodo. Io insegno e mi viene semplice fare l’esempio di una classe scolastica: la vedi a settembre e a giugno è cambiata, perché tu docente hai messo del tuo e gli studenti hanno messo del loro. La stessa cosa vale per chi amministra. Ci vuole un’idea di progetto che dia continuità e offra prospettive di cambiamento. A volte le politiche sono costruite sul momento, anche con belle intuizioni ma poi non sono coltivate: spesso vengono lanciate e abbandonate. perché non ci sono risorse ma, secondo me, perché non c’è l’idea di costruire con lungimiranza, con sguardo proiettato a un continuo, a un mantenimento di quei servizi chiamati beni immateriali.

Che tipo di campagna sarà? Ci sarà ancora una sbiadita divisione tra destra, sinistra, centro e quel disorientamento dell’elettore che non sa più in chi identificarsi?

Gli steccati delle ideologie non ci sono più perché se leggiamo bene i programmi, dal centro destra liberale al centro sinistra riformista, talvolta le differenze non si notano. Questo dimostra che l’era è post ideologica. Le coalizioni, così come le contrapposizioni, ci sono sempre state: questo sistema certamente facilita gli elettori. Fossi un rappresentante di quelle coalizioni faciliterei però la comprensione delle proposte partendo da una maggiore chiarezza sugli stessi schieramenti. Li vedo frastagliati, vedo divisioni all’interno degli stessi schieramenti, leggo programmi di difficile comprensione che poco si discostano da quelli degli avversari: ecco, tutto questo non può che generare disorientamento. E negli ultimi anni questo disorientamento ha allontanato le persone dalla politica.

Cosa dobbiamo auspicarci, dunque, da questa campagna elettorale?

Che sia una campagna fatta sui contenuti e non solo su quanto è bella la persona. Che si sappiano presentare programmi non solo chiari per la gente ma soprattutto credibili.


 

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