Sabato, 16 Maggio 2026

A seguito del provvedimento del 29 settembre scorso con cui il dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia gli ha conferito l’incarico di Cappellano della Casa di Reclusione di Oristano, facendo seguito al Nulla Osta emesso dall’Arcivescovo mons. Roberto Carboni, abbiamo intervistato don Maurizio Spanu che già dall'ottobre del 2021 stava svolgendo il suo servizio di assistente spirituale in qualità di Cappellano volontario.

di Valentina Contiero


È passato un anno dal primo ingresso in carcere. Cosa è cambiato in questo breve periodo?
Da seminarista ho vissuto un anno di servizio pastorale nell’Istituto penale minorile di Quartucciu, ma fino all’anno scorso non ero mai entrato in un penitenziario per adulti. Un anno di servizio pastorale in carcere non è tanto, ma è già un’esplosione di esperienze. Le molte ore trascorse tra quei corridoi mi hanno permesso di conoscere una realtà dura e singolare, che per certi versi si discosta molto dalle dinamiche vissute fuori e per altri gli somiglia. Le precomprensioni su quell’ambiente che inevitabilmente portavo con me sono maturate e mutate attraverso la sempre maggiore conoscenza reciproca tra me e i detenuti. La collaborazione e l’intesa con tutto il personale che vi lavora nei vari ambiti e competenze, nonché con le persone che a vario titolo entrano a svolgere un servizio anche volontario, sono fondamentali per me. Non va dimenticato che in Italia il cappellano incaricato è parte dell’amministrazione penitenziaria ed è a servizio di tutti. L’ascolto e l’accoglienza dell’altro a tutti i livelli, generano fiducia: requisito fondamentale per l’accompagnamento spirituale e personale. In carcere c’è tanta sofferenza, c’è anche chi non riesce o non vuole abbandonare logiche sbagliate, c’è pure chi è innocente, ma io sono pure testimone privilegiato e grato dell’azione di Dio nelle conversioni, nei piccoli o grandi traguardi dei singoli. Voglio anche sottolineare che questo anno di esperienza mi ha reso più sensibile al valore della libertà e delle piccole realtà del quotidiano che spesso consideriamo banali, anche nelle nostre comunità cristiane.

Carcere e integrazione. Qual è la realtà attuale?
Questo è un argomento delicato. Mi limito a parlare della realtà di Oristano. Negli ultimi dieci anni si sono realizzati alcuni eventi importanti. Anzitutto il carcere è stato trasferito da piazza Manno a Massama e questo decentramento rispetto al tessuto urbano ha favorito ulteriormente l’isolamento della realtà carceraria. Se vogliamo che la società sia armonica, pur nelle sue complessità e contraddizioni, occorre renderci consapevoli che il carcere ci riguarda tutti, anche se non tutti vi possono intervenire allo stesso modo. Per esempio, la scarsa disponibilità economica di tanti detenuti crea disparità sociali. Il carcere garantisce un tetto, un letto e cibo e a determinate condizioni offre un lavoro, ma per ragioni obiettive non può andare molto oltre. Ne consegue che il volontariato caritativo sia assolutamente necessario anche in carcere, perché i poveri son tutti uguali. Questa realtà nel carcere di Oristano esiste, ma va rafforzata e sostenuta. La figura del cappellano non si riduce alla cura dello spirito: riguarda anche l'assistenza materiale, ma non può e non deve occuparsi da solo di tutto. L’altro aspetto importante è che col passaggio a Massama si sono aperte diverse sezioni destinate a detenuti in regime di alta sicurezza, perlopiù originari del sud Italia: dopo dieci anni non possiamo non prenderne atto. Un’esigenza concreta è lavorare insieme per avere strutture capaci di accogliere i detenuti in permesso con le loro famiglie.

Come si esprime la presenza della Chiesa in carcere?
Mi dà sempre tanta consolazione pensare che nel cuore del carcere ci sia una chiesa, un altare e il tabernacolo. Ma se pure queste realtà non ci fossero, la Chiesa ci sarebbe ugualmente perché la maggioranza delle persone detenute è composta da battezzati. Anche se non tutti partecipano allo stesso modo, la percentuale di chi si accosta ai sacramenti è anche più alta rispetto alla vita fuori dal carcere. Posso testimoniare che non pochi si sforzano di condurre una vita cristiana, prendono coscienza della loro fede, magari rimasta a lungo sopita e nascosta, riscoprendo la loro dignità di figli di Dio. Come cappellano sono a servizio di questo cammino attraverso la celebrazione dei sacramenti e l'accompagnamento spirituale. Ma non basta! Il laicato cristiano e la vita religiosa vanno sensibilizzati a una maggiore disponibilità a una presenza concreta e volontaria all’interno del carcere, come veri compagni (Eb 13,3). È una testimonianza fondamentale, da noi ancora insufficiente. Anche altri sacerdoti prestano insieme a me il loro servizio come volontari, ma non rappresentiamo la Chiesa nella sua totalità. Per questo spero che presto possa crescere la disponibilità concreta e positiva a contribuire in vario modo alla pastorale penitenziaria.


 

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