Martedì, 27 Settembre 2022

L’avvento dei social ha modificato radicalmente la comunicazione dandoci la possibilità di creare e condividere contenuti di qualsiasi tipo. Ma chi e cosa si nasconde dietro i profili e le pagine che decidiamo di seguire sulle piattaforme? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Giorgio Onano, 28enne di Belvì e anima de L’Eco di Barbagia, blog di informazione libera e indipendente che racconta la Sardegna e le storie dei sardi.

di Valentina Contiero


Come nasce L’Eco di Barbagia?
L’eco di Barbagia nasce i il 27 settembre 2014 grazie ad alcuni amici che mi spinsero a creare una pagina per pubblicare riflessioni, un po’ di critica e notizie sugli avvenimenti che riguardavano il nostro territorio. Sin da piccolo ho amato il mondo della comunicazione e, insieme a mio padre, leggevamo quotidiani e periodici per rimanere informati sulle dinamiche della nostra terra. L’appuntamento fisso era con Videolina e con il Tgr. Alle medie diventai redattore del giornalino di classe grazie alla dedizione della mia professoressa Piera Atzeni. Fu mio padre a suggerire il nome della pagina e da quel momento, con pochi strumenti e seguendo i preziosi consigli di Max Conteddu (poeta scomparso nel 2020 a causa di un glioblastoma) partì dal centro di una Sardegna già provata dai tagli ai servizi essenziali un eco barbaricino che oggi ha raggiunto più di 350.000 persone su Facebook, 131.000 su Instagram e 21.600 su Tiktok arrivando fino a Roma, Milano e all’estero. Questo mi ha fatto capire che senza il sostegno e il supporto dei nostri cari non possiamo far niente.

In questi anni la comunicazione è cambiata. Quali sono le difficoltà?
Bisogna creare uno stile comunicativo personale e aver pazienza perché il lettore ha bisogno di tempo per fidelizzarsi e non è scontato che questo avvenga, soprattutto quando bisogna prendere posizione: in questo senso L’Eco è un blog un po’ scomodo. Mai cedere alla popolarità: gli alleati migliori sono l’umiltà e l’empatia. Per me è importante rimanere in contatto con gli utenti e rispondere personalmente a commenti e messaggi. Bisogna essere pronti ai cambiamenti e veloci nell’invertire la rotta: oggi, per esempio, è meglio concentrarsi sui post che sugli articoli che a breve potrebbero diventare un bene di nicchia per chi desidera sfogliare solo le pagine e non leggere attraverso uno schermo. Per questo molte testate stanno modificando la loro grafica online e investendo su immagini e video di qualità. Oltre a Facebook e Instagram, L’Eco è operativo anche su TikTok dove nel mio piccolo cerco di condividere sempre contenuti di qualità e, seppure i dati dicano che io sia un influencer, non mi reputo tale. Non voglio promuovere me stesso: lo scopo de L’Eco è dar voce alle storie dei sardi e alle istanze delle nostre comunità.

Qual è il lato più bello di questo tipo di comunicazione?
Sentirsi a casa in ogni angolo della Sardegna. È bello scoprire il senso di comunità tra le vie dei paesi, nelle sagre e agli eventi, ed è altrettanto bello ricevere sostegno da compaesani come Bachis Cadau che, promuovendo iniziative culturali nel suo caffè letterario, è diventato punto di appoggio essenziale per L’Eco. Un progetto di questo tipo richiede sacrifici ma regala soddisfazioni. Sono fiero quando i lettori scelgono l’Eco volontariamente e, seppur timido, sono lusingato quando i ragazzi più giovani mi riconoscono: vuol dire che i contenuti postati sono accessibili anche alle loro generazioni. A differenza di molti influencer, io non ho mai comprato i mi piace o le visualizzazioni. In tanti non hanno creduto in me e in questo progetto, ma con il supporto dei miei cari ho dimostrato quanto si sbagliassero. L’Eco è rete tra comunità e voglio che continui a esserlo perché solo restando uniti riusciremo a valorizzare la nostra terra. Desidero continuare a lavorare in questo settore ma non vorrei mai essere costretto a volare altrove per costruire un futuro come invece accade a tanti ragazzi sardi.

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