Martedì, 09 Agosto 2022

 

Polistrumentista, interprete, compositore, arrangiatore, paroliere. In più di cinquant'anni di carriera artistica Dodi Battaglia, storico chitarrista dei Pooh, ha cercato di sviluppare un suo personale sound, sempre attento a quanto presentasse il panorama musicale italiano ed estero. Così come lui stesso rivela, con la sua musica ha cercato di raccontare cosa accade nel mondo che lo circonda, ha vestito di suoni le parole di molti autori e ha cercato di stabilire un contatto diretto con il suo pubblico attraverso la chitarra, sua fedele compagna. Lo abbiamo intervistato a Villaurbana, una delle due tappe sarde del suo Inno alla Musica Tour 2022.

di Cristina Zou


Che significato dai al tuo tour Inno alla Musica?
Porto nelle piazze alcuni brani tratti dal disco che ho voluto incidere durante il lockdown. In quel periodo avrei potuto chiudermi in casa e intristirmi, ma siccome ho uno studio di incisione sotto al mio appartamento, ho trascorso tanto tempo lì e ho realizzato questo disco, Inno alla musica: un tributo alla musica che, al suo interno, ha brani che assomigliano un po’ al periodo che stavo vivendo. Il brano che dà inizio al disco si chiama Il coraggio di vincere, che abbiamo un po’ tutti riscoperto adesso, grazie al coraggio di uscire dalle cantine dove eravamo. Un altro che per me è molto toccante, che ho voluto dedicare a Stefano D’Orazio, si chiama Una storia al presente, che racconta un po’ quello che era il mio rapporto con lui. Un altro ancora si chiama Resistere e anch’esso è uno specchio di un periodo importante che noi tutti abbiamo vissuto. Per me è importante ricominciare dopo due anni senza concerti: in questo tour, insieme alle tante canzoni che fanno parte del repertorio mio e dei Pooh, ho voluto presentare alcuni brani tratti da questo ultimo disco perché ritengo siano molto attuali.

Due tappe del tour sono in Sardegna: c’è qualcosa che ti lega in particolare alla nostra Isola?
Ma di più! L’affetto, l’accoglienza del popolo sardo. Vengo in Sardegna dagli anni ’70, la terra è sempre favolosa, non c’è posto al mondo dove si stia meglio. Ho cominciato a entrare nelle amicizie di molte persone, con alcuni siamo diventati veri amici. Ogni volta che vengo li chiamo, sono gentilissimi e ospitali. Una cosa che più mi colpisce è che la Sardegna è una terra dove il rispetto lo avverti nei confronti di chiunque. C’è sempre una maniera di approccio molto umana. Poi l’isola è di una bellezza infinita.

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Arrivi da una carriera decennale con il gruppo che ha segnato la storia della musica italiana, i Pooh: cosa si prova, invece, a portare avanti la carriera da solista?
Facevo il musicista già prima di entrare nei Pooh, anche se nel gruppo sono entrato a soli 17 anni. Ho iniziato a suonare che avevo cinque anni, vengo da una famiglia di musicisti, per me la musica è naturale. Ho attraversato il periodo dei Pooh, ho vissuto emozioni irripetibili e credo che pochi artisti al mondo abbiano avuto la fortuna di vendere 100 milioni di dischi e di essere per così tanto tempo primi nelle classifiche in Italia e nel mondo. Ho vissuto un’esperienza di una bellezza infinita, ricca di umanità: quella che si è creata fra di noi, fra i nostri collaboratori, molti hanno lavorato con noi per decine di anni, una grande famiglia. Ho cominciato a suonare prima dei Pooh, ho suonato con i Pooh, e finché Iddio mi darà salute vado avanti a suonare: non vedo alternative migliori.

Nel corso degli anni come è cambiato il pubblico? È cambiato qualcosa nel vostro rapporto e durante i concerti?
Il pubblico è maturato, oggi ci sono sistemi di comunicazione tali da essere tutti informati in tempo reale di quello che succede nel mondo. Ai tempi dei Pooh non era pensabile: quando usciva un disco bisognava prendere l’aereo e andare a Londra a comprarlo. Per quanto mi riguarda l’atteggiamento del pubblico è diventato meno da fan e più rispettoso: la gente avverte nei miei confronti simpatia e affetto. Non mi interessa, dopo 50 anni di carriera, che la gente si strappi i capelli quando mi vede. Preferisco una stretta di mano e qualcuno che mi dica che ho fatto cose belle.

Sei stato, e lo sei ancora, nelle classifiche che ti eleggono tra i migliori musicisti a livello nazionale e internazionale: com’è nata la passione per la chitarra?
Devo ringraziare i giornalisti che mi hanno inserito all’interno di quelle classifiche, perché io nel frattempo continuavo a lavorare a testa bassa. In realtà ho cominciato a suonare la fisarmonica: essendo di Bologna era lo strumento più in voga. Poi all’interno di un grande magazzino ho sentito un jukebox con una chitarra che suonava e ho pensato: quella è la mia vita. Sono andato a casa, ho chiuso la fisarmonica dentro la sua custodia, ho comprato una chitarra e lì è iniziata la mia carriera di chitarrista.

Il periodo del Covid è stato molto difficile per tutto il mondo della musica che, comunque, è riuscita ad andare avanti: c’è qualcosa o qualcuno che fermerà la musica?
Io di certo No! Ma finché ci sarà l’affetto della gente nessuno potrà fermarla. Noi musicisti siamo andati avanti anche grazie a istituti come NUOVO IMAIE, al quale qualsiasi musicista può iscriversi per la cura dei diritti: durante il periodo del lockdown ha distribuito circa 25 milioni di euro tra tutti i musicisti iscritti. Segnalo anche l’istituzione di un fondo di 5 milioni di euro, sempre per i musicisti, a nome di Gigi Proietti e Stefano D’Orazio: quando mi è stato detto sono rimasto molto emozionato, li ringrazio molto per questo.

 

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