Sabato, 16 Maggio 2026

Il 26 aprile 2021 faceva il suo ingresso nella Prefettura di Oristano il dott. Fabrizio Stelo, nato a Roma ma da tanti anni cittadino di Siena che, con i suoi 52 anni, diventava il più giovane Prefetto d’Italia. Dopo un anno di mandato, lo abbiamo intervistato per verificare con lui aspetti positivi e difficoltà incontrate nel coordinamento di un’Istituzione così importante per il nostro territorio.

Redazionale


Quando si è presentato, nel suo primo giorno da Prefetto di Oristano, aveva assicurato attenzione e vicinanza al nostro territorio. È riuscito nel suo intento?
Attraverso una particolare attenzione ai Media e alla carta stampata cerchiamo di promuovere e far conoscere quanto la Prefettura compie ogni giorno. Non è una gara con gli altri o un voler apparire a tutti i costi per dire quanto siamo bravi ma per portare a conoscenza della cittadinanza il nostro operato. Fa parte del desiderio di voler stare tra la gente, conoscerla, incontrarla, non far sentire l’istituzione come un ente astratto o lontano dai problemi o dalla vita sociale quanto invece presente e vicino. Proprio per questo, nel mio primo anno da Prefetto, ho visitato tutti e 78 comuni della provincia, ho partecipato a eventi proposti in tutto il territorio nei diversi ambiti, sociali, sportivi, culturali. È chiaro che la mia presenza non ha risolto e forse non risolverà i problemi, ne sono consapevole, ma tutto il mio impegno è stato messo in campo certamente per il senso del dovere che mi accompagna ma anche per ricambiare il fatto di essere stato accolto in maniera squisita ed eccezionale sin dal primo giorno: ho percepito rispetto per il ruolo, gratitudine e affetto dalle comunità e dalle persone incontrate. Mi piace vivere il mio ruolo con impegno e passione nell’ottica del restituire quanto ricevuto.

Nelle sue visite e negli incontri avuti, c’è qualcosa che non si aspettava di trovare?
La terra non la conoscevo. Ed è una terra meravigliosa! Ci sono luoghi belli, puliti, ordinati: in alcuni centri, piccolissimi, magari non ci sono servizi ma l’entroterra è spettacoloso. La Marmilla, la Giara, il lago Omodeo, le spiagge, giusto per citarne qualcuno. Veramente non me l’aspettavo così bella. Nel mondo della globalizzazione si pensava che la vita del paese fosse un po’ sparita e invece non solo è accogliente ma è capace di rendersi ancora viva attraverso eventi e salvaguardando le tradizioni locali. La stessa economia locale mi ha sorpreso: non nego che arrivando dal continente pensassi a una arretratezza del settore, invece è davvero importante constatare la capacità di sostenersi valorizzando le risorse di un tempo come il lavoro nei campi o l’allevamento del bestiame.

Non mancano però le difficoltà.
Non lo nego. È chiaro che di difficoltà ce ne sono. Siamo sempre in un’isola, le aziende sono piccole, i giovani non vogliono più fare certi lavori, il caro bollette e la questione energetica con il caro carburante stanno mettendo in ginocchio le imprese. Ciò sta contribuendo al fenomeno dell’emigrazione che, con il fatto che nascano sempre meno bambini, non fa altro che acuire lo spopolamento dei piccoli centri. Nelle visite alle comunità ho toccato con mano questo problema. Allora mi ritrovo a incoraggiare, soprattutto i giovani, a scommettere sul proprio paese e a dar valore alle risorse locali. Non ho la certezza che il turismo sia la ricetta giusta o l’unica ancora di salvezza per mantenere vivi questi piccoli centri però può certamente contribuire a non far partire qualche giovane famiglia con la prospettiva che possano esserci attività nuove di accoglienza e ospitalità.

Ha citato i giovani, tra le categorie che reclamano più attenzione. Che idea si è fatto del mondo giovanile locale?
I giovani vengono spesso criticati dagli adulti perché pensano solo alla vita virtuale proposta dai social e un po’ meno alle cose serie. Potrebbe essere anche vero: ma è anche vero che, essendo giovani, abbiano tutto il diritto di viversi le cose dei giovani. Se perdere due anni di socialità ha creato difficoltà a noi adulti, figuriamoci quanto abbia inciso sulla vita dei giovani, nelle loro relazioni, nella loro crescita, nel loro stare dentro il mondo. Come in tutte le categorie ci sono giovani più o meno impegnati ma ci san tanti giovani che, con serietà, partecipano alla vita sociale della città e dei paesi. Ne ho incontrati tanti attraverso le consulte giovanili, le associazioni, lo sport. Ci sono giovani che hanno in testa un proprio progetto di vita tra università e lavoro e che in base alla scelta che faranno dovranno andar via dalla Sardegna. Ma ci sono altri che sono affezionati al territorio, gradirebbero non partire: dovremmo essere bravi a costruire attrattive economiche per soddisfare i loro bisogni e le loro speranze. I problemi di mala movida in certe città sono grossi, non nego che non ci siano da noi anche se in misura minore. Certe problematiche non le giustifico ma occorre prestare attenzione a quanto le restrizioni abbiano influito sul nostro stare insieme, in particolare nel mondo giovanile.

A breve, in diversi paesi del nostro territorio, ci saranno nuove elezioni. Che idea si è fatta, visitando i nostri centri, sulla vita politica locale?
Mi hanno sorpreso in maniera negativa le difficoltà di alcuni centri a organizzarsi da un punto di vista politico. La disaffezione alla politica non è solo una questione di questo territorio ma è diffusa in tutta Italia. E non è una questione solo di questo tempo storico, così come non riguarda solo i giovani ma un po’ tutti. C’è una critica generalizzata nei confronti della politica ma essa è una cosa bella: è il momento in cui, anche attraverso compromessi, si costruisce il presente e si programma il futuro di un paese. Fare qualcosa per la collettività è l’espressione più alta del nostro vivere comune. Non pensavo ci sarebbero stati Comuni commissariati o con una sola lista di candidati. Io ho fatto il commissario nel passato. Ma il commissariamento è una sconfitta. Un comune deve essere amministrato da un sindaco democraticamente eletto, opinabile, discutibile, criticabile ma che ci deve essere perché è colui che entra nel merito di tanti problemi spiccioli, quotidiani, si fa vicino e prossimo alla gente. Mi preoccupa e mi sorprende la difficoltà all’impegno e alla disponibilità verso gli altri, all’occuparsi della cosa pubblica.

Che augurio fa alle comunità civili per il proseguo del suo servizio nel nostro territorio?
Intanto che pandemia e guerra, i due fenomeni che hanno segnato e stanno incidendo su questo periodo storico, cessino presto. È un tempo di difficoltà dal punto di vista economico, per i singoli cittadini, per il settore economico, per le comunità, qui in provincia come in tutta l’Isola così come del resto a carattere nazionale. Un benessere più diffuso, soprattutto in una terra come questa che oggettivamente non ha grossi problemi di ordine pubblico essendo tra le provincie più sicure d’Italia, può contribuire a vivere con più serenità il futuro sia da un punto di vista economico ma anche psicologico e sociale. Ci sono stati e ci sono casi di disperazione che hanno portato a drammi familiari o situazioni di microcriminalità: sperare in un ritorno definitivo alla normalità dal punto di vista sociale e confidare in una ripresa economica e lavorativa piena, sono l’augurio per una vita più serena sul nostro territorio. Io sono ottimista.

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