Venerdì, 27 Maggio 2022

Una scienziata … rugbysta. La trentaquattrenne Angelica Simbula, originaria di Cabras, che attualmente risiede a Monserrato, in provincia di Cagliari, per motivi di lavoro, si definisce curiosa: una caratteristica che la accomuna a tanti altri ricercatori a cui piace coltivare diverse passioni che aiutano un po’ a staccare e scaricare la tensione di un lavoro che richiede tante risorse.

A cura di Maria Rita Quartu


Durante i miei anni di studio a Pavia, ci dice Angelica, ho iniziato a praticare sport a livello agonistico e a giocare a Rugby partecipando al campionato di serie A femminile. È uno sport che mi ha insegnato tanto e che permette di coltivare il senso di responsabilità e la perseveranza che tornano utili anche in altri ambiti come quello lavorativo. Per questo, all’arrivo in Sardegna, mentre continuo ad allenarmi, contribuisco a rafforzare il movimento femminile rugbystico nella nostra isola. Sfatato, dunque, il mito dello scienziato completamente assorbito da un lavoro che impedisce di coltivare altri impegni e hobby.

Qual è stata la tua formazione?
Ho studiato alle Industriali di Oristano, indirizzo liceo scientifico-tecnologico; ottenuta la laurea triennale in fisica a Cagliari mi sono spostata a Pavia per la magistrale a cui è seguito un dottorato di ricerca in Fisica della materia sperimentale. In particolare, mi sono specializzata in Fotonica e Spettroscopia ottica, cioè nello studio dell’iterazione tra la luce e la materia attraverso tecniche sperimentali che permettono di misurare l’assorbimento e l’emissione di luce, il modo in cui i materiali possono essere utilizzati per modificare la luce a seconda delle applicazioni. Dopo il dottorato, ho collaborato con un’azienda nel settore ricerca e sviluppo nell’ambito della fotonica integrata. Consiste nella realizzazione e nello studio di dispositivi, analoghi a quelli elettronici, alla base degli oggetti che utilizziamo tutti i giorni, ma con componenti ottiche il cui segnale, all’interno degli stessi, viaggia sotto forma di luce invece che sotto forma di corrente elettrica, con applicazioni principalmente nell’ambito delle telecomunicazioni.

In che modo hai messo a frutto, e realizzi tuttora, le competenze che hai sviluppato?
Dal 2019 sono ricercatrice presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Cagliari; mi sono potuta avvicinare alla Sardegna, cosa che non è assolutamente scontato che si riesca a fare, e mi sto occupando di una tematica che mi sta particolarmente a cuore: la sostenibilità ambientale delle energie rinnovabili. Ho colto la palla al balzo per dare il mio contributo anche in questo settore! Il progetto consiste nello studio di materiali innovativi per la realizzazione di celle fotovoltaiche ad alta efficienza. I materiali che stiamo studiando sono le perovskiti, a base cristallina, con una composizione chimica molto variabile; possono essere fabbricate con tecniche relativamente semplici e poco costose, ed è possibile modificarne le proprietà ottiche ottimizzando il processo a seconda dell’applicazione per cui le si vuole utilizzare. All’Università di Cagliari seguiamo diversi tipi di uso di questi materiali, non solo quello del fotovoltaico che al momento è il più interessante, ma anche le loro proprietà di luminescenza: infatti possono essere utilizzati per realizzare sorgenti di luce a basso consumo, ma anche in un ambito che mi interessa particolarmente, la fotocatalisi, per agevolare reazioni chimiche che sfruttano la luce solare per la sintesi di carburanti come, per esempio, l’idrogeno.

Quali contributi può dare tale ricerca nell’ambito del risparmio energetico delle fonti rinnovabili?
I materiali sono estremamente innovativi e versatili e sono al centro dell’interesse della comunità scientifica mondiale per cui c’è un grande fermento: infatti ci sono tantissime pubblicazioni a riguardo e, anzi, è difficile stare al passo con un argomento di ricerca così tanto sulla cresta dell’onda. Nonostante siano tanto promettenti ci sono alcuni problemi da risolvere; uno di questi è la stabilità perché i materiali sono soggetti a degradamento (sensibili all’umidità, all’ossigeno e all’esposizione di luce molto intensa) quindi, a seconda della loro composizione, possono avere prestazioni migliori ma anche essere più sensibili e quindi bisogna cercare di trovare compromessi tra le prestazioni. Come quella di eliminare tracce di sostanze tossiche come, per esempio, il piombo. Tutto è in evoluzione. Si risolvono problemi e se ne trovano altri: la ricerca funziona in questo modo e il mio gruppo di lavoro di Fotonica e Optoelettronica, coordinato dal prof. Giovanni Bongiovanni, si avvale delle competenze e dei ruoli specialistici di tutti i membri che lo compongono, inserito in un contesto internazionale; collaboriamo, infatti, con altre università e centri di ricerca sia in Italia (es. Lecce e Pavia) che all’estero (es. Groningen – Olanda). Io stessa dovrò a breve partecipare a un’attività di un’azienda all’estero. Ultimamente gli stessi finanziamenti che vengono erogati impongono la clausola di coinvolgere più enti; il Miur spinge le università a far lavorare in sinergia con le aziende in modo da accelerare il processo di crescita tecnologica.

In che modo l’università e il vostro lavoro di ricercatori può rivolgersi soprattutto ai giovani nell’ambito dell’educazione ambientale?
L’aspetto didattico è di notevole importanza. Da quando sono a Cagliari mi è stata assegnata una cattedra di un corso della laurea magistrale in Fisica e soprattutto dedico grande attenzione alla divulgazione partecipando anche ad attività con le scuole superiori per cercare di sensibilizzare sul tema e dare fiducia agli studenti. A me è sempre piaciuto studiare, ma mi rendo conto che la motivazione mi è stata fornita da persone esterne che mi hanno sempre incoraggiato, prima di tutto la mia famiglia che ha avuto un ruolo importante nella mia educazione e nelle mie scelte. Accanto a loro, per capire cosa mi sarebbe piaciuto fare, ho avuto il sostegno dei miei insegnanti e per questo anche io vorrei essere un supporto alle persone che ancora non hanno deciso cosa fare della loro vita e che, magari, non pensano che il mondo della ricerca o un’attività scientifica siano alla loro portata.

Con la Sardegna nel cuore …
Il rientro in Sardegna è una questione particolarmente spinosa. Qualsiasi lavoro di un certo livello, dal punto di vista del progresso tecnologico, richiede di essere fortemente collaborativi tra le università, aziende ed enti di ricerca e sicuramente richiede contesti in cui le connessioni sono agevolate come nel nord Italia (l’area milanese in cui mi sono trovata io) ma anche nel nord Europa o negli Stati Uniti. Ci sono tante regioni in cui è logisticamente più facile fare ricerca; l’insularità è sicuramente un limite che complica e ne rende difficile la possibilità, ma non impedisce di portare avanti lavori di ricerca di alto livello. Inoltre questo è un momento positivo in quanto stanno arrivando i fondi dell’Unione Europea anche per cercare di ristabilire un equilibrio tra nord e sud: io stessa sono rientrata grazie a una posizione PON AIM per incentivare la mobilità dei ricercatori per il ripopolamento delle università del sud. Nella mia esperienza ho visto che il problema spesso risiede nella carenza di risorse umane, dovuta sia al fatto che molti giovani se ne vanno e non tornano, sia che la Sardegna, al momento, è poco attrattiva anche per ricercatori stranieri: ma ci sono segnali di cambiamento. Se ci sono giovani sardi, e non solo, che vogliono portare in Sardegna la loro esperienza e ciò che hanno imparato, devono cercare di trovare occasioni per poter arricchire il nostro territorio. Non è facile tornare, come non lo è stato per me, ma è importante che qualcuno lo faccia!

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