Domenica, 05 Dicembre 2021

Il 27 ottobre è stata celebrata in tutto il mondo la Giornata per la Terapia Occupazionale. Per saperne di più, abbiamo intervistato Gabriella Casu, terapista nel Centro di Riabilitazione del Santa Maria Bambina al Rimedio.

A cura di Valentina Contiero

Ciao Gabriella! Vorresti raccontare il tuo percorso per diventare una terapista occupazionale?
Certo! Ho conosciuto la terapia occupazionale durante una giornata dedicata all’orientamento a La Sapienza, a Roma. Non avevo mai sentito parlare di questa disciplina, non ci sono corsi di laurea che abilitano alla professione in Sardegna e sono solo sette le sedi sul territorio nazionale! Ero indecisa sul cosa fare da grande e la terapia occupazionale si presentava come il giusto mix tra studi biomedici, sociologi, psicologici e advocacy.

Cosa ti ha colpito, inizialmente, di questa professione?
Documentandomi scoprii che negli Istituti di salute mentale, già nel ‘400, coloro che erano coinvolti nelle attività avevano margini di miglioramento maggiori di chi era inattivo tutto il giorno. Inoltre si diffuse notevolmente nei paesi anglofoni dopo la I Guerra Mondiale quando i reduci ebbero bisogno di aiuto per riprendere in mano la propria vita dopo le brutture della battaglia e le mutilazioni subite. In Italia arrivò intorno agli anni ’50, al Meyer di Firenze, ma poi l’istituzione del terapista della riabilitazione, che copriva più specialità, ne ha offuscato le tracce. Nei decenni seguenti c’è stata la definizione del profilo e si è passati dal recupero funzionale a quello occupazionale, l’attività significativa che la persona vuole svolgere o ci si aspetta che svolga.

Eri consapevole di imboccare una strada non semplice da percorrere?
Le strade semplici non mi sono mai piaciute e la mia professione rispecchia questo. Il fatto che fosse nuova, da disegnare, promuovere e valorizzare, è stata parte della scelta e mi ha portato, negli anni, all’impegno costante nell’allora Associazione rappresentativa dei Terapisti Occupazionali (AITO) alla quale si è aggiunto ora, con l’avvento tanto atteso degli Albi, quello nella Commissione nazionale. Prima di iniziare pensavo già a come sfruttare la letteratura, il messaggio di resilienza appreso dalla Ginestra di Leopardi, un invito alla solidarietà tra persone, a come trasmettere ad altri quanto appreso. Con gli studi e con l’esperienza ho capito che il vero insegnante è la persona che ho davanti. Ognuno di noi ha un suo mondo, ha le passioni ed è solo ascoltando i sentimenti dell’altro e accogliendo la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua tristezza, che possiamo riconoscere cosa lo fa star bene e creare un'alleanza che possa aiutarlo.

Chi è e cosa fa il terapista occupazionale?
Il terapista occupazionale è il professionista sanitario dell’area riabilitativa iscritto all’Albo interno all’Ordine TSRM PSTRP che interviene quando una limitazione nelle attività crea una restrizione alla partecipazione. Questo vuol dire che non importa l’età o la patologia (che si deve però conoscere in maniera approfondita) ma che ci si concentra sulla persona, sulla sua famiglia, i suoi valori, i suoi interessi, chi è, qual è il suo ruolo nella società e soprattutto cosa vorrebbe. Questa è l’unica professione sanitaria che parla di motivazione già nel suo profilo.

Perché?
Perché trovare la chiave per la motivazione è la svolta che permette alla persona di darsi obiettivi che nella terapia occupazionale vengono condivisi e selezionati in base alle priorità e alle scelte del paziente che noi indichiamo sempre con il termine persona. Anche noi, come i giornalisti, partiamo con un’intervista semistrutturata alla persona e/o al suo caregiver, nella quale si indaga la storia di vita, la cura del sé, il lavoro, il tempo libero, la giornata abituale, le aspettative. Osserviamo poi il modo in cui la persona svolge l’attività di vita quotidiana, risultato dell’interazione tra le componenti della persona, dell’ambiente e dell’occupazione stessa, che il terapista occupazionale analizza, modifica e rende risorsa.

Cosa si intende con attività di vita quotidiana?
Qualsiasi attività importante per la persona. Ciò che è ovvio ma non banale. Sembra insolito trovare in un centro di riabilitazione un’ala dedicata alla cucina, un’asse da stiro, l’occorrente per la falegnameria o per il giardinaggio, colori, argilla, trucchi e giochi da tavola. Sorprende così tanto che quando si propone alla persona di fare attività per riprendere a vestirsi, a lavarsi, a cucire o a fare cruciverba, spesso la risposta è: devo concentrarmi sul camminare o, nei casi più complessi mi piacerebbe ma non ritornerò come prima, perché perdere tempo? Il terapista occupazionale è colui che mette alla prova e dà la possibilità di sperimentare le azioni quotidiane con la consapevolezza di quanto sia difficile. In questo lavoro non è così raro ricevere iniziali No!

Possiamo affermare che il TO incarni il più profondo significato di servizio?
Si, perché l'essenza di questa professione si può riassumere in due domande: come posso aiutarti? Su cosa vuoi che ci concentriamo oggi? Fa la differenza anche come impostiamo le richieste e come organizziamo le attività ludiche, manuali, rappresentative e espressive: se svolte in gruppo, o nel letto quando è troppo presto per scendere, permettono di riacquistare senso di sé, autostima e, pian piano, un proprio ruolo. Noi lavoriamo con persone di tutte le età con disabilità neurologiche e difficoltà sensoriali, motorie e percettive per renderle capaci di agire nei propri ambienti. Lavoriamo nei reparti di ortopedia, nell’ambito delle cure palliative, della salute mentale, in unità spinale, e sul territorio. Alcuni colleghi lavorano negli spogliatoi per migliorare le autonomie dei calciatori in erba nel mettere la divisa, per esempio, e favorire l'inclusione tra bimbi con disabilità e normodotati. Il TO lavora sia nell’ambito riabilitativo dei luoghi di cura ma soprattutto nei luoghi di vita per permettere un reale inserimento sociale, sul territorio e collabora con altri professionisti sanitari, su prescrizione medica.

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