Sabato, 18 Settembre 2021

25 anni, una laurea magistrale in Politiche Pubbliche e Governance. 5 Erasmus con tirocini a Londra, Bristol, Bruxelles e Washington D.C. dove è approdato per la prima volta per uno stage all’Ambasciata d’Italia. Fabio Murgia è grato al sogno dell’Europa unita, senza barriere e confini, un giovane che non ha mai interrotto il suo contatto e il suo legame con la realtà che ha visto nascere la sua passione per la comunicazione, il liceo scientifico di Ghilarza.

a cura di Luciana Putzolu


In attesa del rinnovo del visto, Fabio ora si trova con la sua famiglia ad Abbasanta. L’incontro con lui ti conferma sempre quanto sia importante che la scuola custodisca e coltivi le aspirazioni dei suoi alunni e quando parli con loro, anche a distanza di tempo, rivedi la stessa tenacia, la stessa forza, ma anche la carica moltiplicata di progetti e orizzonti. Non ti stanchi mai di ascoltarli…

Ora lavori come assistente alla comunicazione a Washington D.C. presso New America, Istituto di ricerca sulle politiche pubbliche americane. In che cosa consiste il tuo lavoro?
Sono entrato in contatto con New America nell’autunno del 2019, durante il mio Erasmus post-laurea a Bruxelles. Cercavo un’opportunità per tornare a Washington D.C., dove lo stesso anno avevo svolto un tirocinio all’Ambasciata d’Italia. La mia fortuna non è stata tanto passare la selezione, quanto trovare un’organizzazione disposta a finanziare il mio visto (J1) e percorrere la difficile trafila burocratica per ottenere il permesso di ingresso in USA. Ancora oggi sono grato a New America e al mio manager per il loro impegno e determinazione, e cerco di ripagare la loro fiducia dando il meglio di me a lavoro, che consiste in tre attività principali: gestire i canali di comunicazione in contenuto, layout e grafica, monitorare l’andamento delle ricerche, e produrre gli elementi multimediali a supporto dei report, policy paper, eventi.

Ti senti realizzato o coltivi altri sogni?
Coltivo diversi progetti e numerose ambizioni, e sono ben lungi dal sentirmi realizzato. Io credo nell’Unione Europea e nelle politiche pubbliche comunitarie, e sono convinto che il futuro della mia generazione passerà per l’Europa. Coltivo diverse ambizioni, ovvero poter lavorare nelle istituzioni esecutive europee, rappresentanze diplomatiche, istituti di ricerca e fondazioni. Nello specifico, gli ambiti e/o programmi nei quali vorrei investire il mio tempo sono istruzione, digitalizzazione, transizione energetica e ricerca scientifica. Ora sono felice di lavorare per l'Education Policy Program di New America. Lavorerei con altrettanto piacere per il Digital Europe Programme, per la FAO, e per Breakthrough Energy.

Se dovessi scegliere: a quali condizioni torneresti in Sardegna? Cosa ti manca di più?
La Sardegna è una regione dalle enormi potenzialità, ricca di storia, cultura ed elementi naturali unici al mondo. Nonostante questo, la Sardegna resta una terra povera, in fase di spopolamento, con infrastrutture insufficienti e un’industria sottosviluppata. Tralasciando le complesse ragioni storico-politiche che hanno rallentato lo sviluppo regionale, per un ragazzo/a neolaureato figlio della globalizzazione la Sardegna, semplicemente, ha poco da offrire. Ho spesso lamentato la mancanza di progetti regionali paralleli alle mobilità studentesche che prevedessero l’inserimento della forza lavoro di nuova generazione nei processi gestionali, relazionali e direzionali della Regione, incentivi pronti a creare un ritorno da tutte quelle mobilità che la Regione stessa aveva co-finanziato. La Sardegna mi ha consentito molto, ma non mi ha promesso niente. Spero in un nuovo, coeso e lungimirante progetto politico, una programmazione che includa le prospettive di una Sardegna Capitale del Mediterraneo, con investimenti nelle strutture portuali, promozione turistica, viabilità interna e, soprattutto, nella digitalizzazione.

Quale esperienza in particolare del tuo percorso è stata decisiva per arrivare al traguardo di oggi?
La risposta breve è: andare all’università e accedere alle mobilità studentesche (Erasmus). La risposta integrale è: crescere, e soprattutto studiare in una realtà circoscritta non può che innescare un desiderio di evasione. Contestualmente, beneficiare di una serie di risorse regionali, statali e comunitarie, tanto formative quanto finanziarie, si è rivelato un aspetto chiave al quale è opportuno dar credito. La combinazione tra accessibilità all’educazione pubblica e l’idoneità all’accesso di risorse studentesche è un privilegio del welfare troppo spesso dato per scontato ma per il quale sono estremamente grato (e per il quale credo tutti dovrebbero esserlo).

Quali aspetti della società in cui vivi ti affascinano e quali invece non ami?
Gli USA sono una società federale complessa, poliedrica, e ricca di contrapposizioni interne. Washington D.C. è la capitale della più grande economia del mondo, una città liberale, giovane, cosmopolita, particolarmente stimolante per studenti di scienze politiche e urbanisticamente straordinaria. Ma chiunque viva a D.C. è consapevole che gli Stati Uniti non si riflettono nella loro capitale. A livello federale, l’assenza del welfare (ovvero la mancanza o il depotenziamento di istituti a gestione pubblica in materia di sanità, istruzione, previdenza) costituisce il maggiore elemento di divario con noi europei, nonché una delle principali resistenze alla vita in America. Inoltre, nonostante un mercato del lavoro eccezionalmente flessibile e meritocratico, gli Stati Uniti ancora soffrono di una retro-cultura discriminatoria verso le minoranze, soprattutto verso i connazionali di colore.

Quanto è importante oggi la comunicazione? Insidie e valori...
La comunicazione non è solo importante: è imprescindibile, oggi più che mai. Vi è un nesso stretto tra comunicazione e informazione, soprattutto nell’era in cui comunicare e condividere è consentito a tutti, in tutte le forme e tempi. Per la quasi totalità della storia umana, la condivisione delle informazioni è sempre stata un processo lento, essenziale, accessibile a pochi e destinata ai soli alfabetizzati. Nel 2021, parafrasando Harari, viviamo in una società paradossalmente afflitta dal problema opposto, ovvero dall’eccesso di informazione, pubblicamente fruibile, rapida, onnipresente, dove è privilegiato non colui che riesce ad accedere all’informazione, ma colui che è in grado di filtrare l’informazione e di distinguere un contenuto autentico da uno fittizio. Le fake news sono già una minaccia in grado di insediarsi e condizionare gli esiti dei più essenziali processi collettivi (elezioni, fiducia nella scienza, opinione pubblica), e qualsiasi investimento nel contrastare questo fenomeno sarebbe vano se non si concentrasse nell’educazione delle giovani generazioni: imparare a riconoscere le fonti accreditate, saper distinguere, saper confrontare, saper accedere, saper trovare, e formare una generazione consapevole della capillare complessità della realtà dovranno acquistare priorità tra gli obiettivi dell’istruzione pubblica.

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