Sabato, 18 Settembre 2021

Tanti sono i missionari e le missionarie che, dopo anni di vita vissuta fuori Italia, tornano nel nostro Paese per continuare la loro opera. Così come sono tanti i missionari e le missionarie di altri continenti che vivono in Italia la loro missione. È proprio a una missionaria polacca, da tanti anni in Italia, che abbiamo rivolto alcune domande.

A cura di Laura Pinna per Missio Oristano

È Agata M. Pinkosz, missionaria dell’Immacolata Padre Kolbe, che ad aprile di quest’anno, ad Harmęże in Polonia, ha confermato il suo Sì per sempre a Dio. Si potrebbe dire di lei che è una polacca in missione in Italia a 360°: attualmente si trova a Santa Giusta, ma il suo carisma la porta a viaggiare per tutta Italia. Ama definire la strada, la sua casa. La strada come luogo privilegiato di incontri che si fanno volti e di volti che si fanno storie. La strada come luogo di incontro soprattutto con i giovani, a cui Agata dedica maggiormente la sua missione, con tutti i mezzi che ha a disposizione.

Cosa significa oggi, per te, essere missionaria in Italia?
È il mio diciassettesimo anno in Italia e devo dire che quando ripenso al momento in cui sono partita dalla Polonia per venire qui, non l’avevo pensato affatto come una partenza missionaria, ma come possibile esperienza di cosa significhi vivere il Vangelo in un altro paese e cultura. Come sappiamo, l’Italia in questi anni, ha vissuto importanti e in parte preoccupanti trasformazioni. Oggi, la mia missione qui è tra i miei, perché nel frattempo sono diventata formalmente e mi sento italiana. È chiaro che quando penso oggi alla missione qui, non sto parlando del portare le persone in chiesa. Ciò che sento invece molto nelle mie corde, è la necessità di ricercare insieme la dimensione della speranza, di fronte alle nuove povertà, frutto di una situazione socio-politica insicura e destabilizzante. Sento la necessità che la chiesa sia casa, all’interno della quale si svolge la vita delle persone, in tutte le sue dimensioni. Concretamente per me, la formazione teologica e quella da counselor, è motivo di continua crisi, intesa come apertura e motore di cambiamento, perché sono due binari che dicono Dio fattosi uomo, in cammino in mezzo a noi. In un senso profondo, così intendo la mia missione, in questa Italia ormai multiculturale e multireligiosa: aldilà del fatto che uno ci creda o meno, che c’è un Dio incarnato, sarà sempre visibile, se io lo incarno. È sarà l’occasione per arricchirci e condividere la nostra comune umanità.

Il giorno della tua consacrazione ha risuonato forte la frase Perché tu dai forma alla mia libertà: in una scelta di vita come la tua, come entra in gioco la libertà?
Penso che se uno si mette seriamente in cammino tutti i giorni, arriva il momento in cui la scelta definitiva è naturale. Perché capisci qual è il bene per la tua vita, attraverso il quale fai del bene anche agli altri. Ed è lì che sta la definizione della libertà per me, la capacità di scegliere il bene in ogni circostanza. Poi è il Signore a dare la forma ultima a essa, in una chiamata a cui, a quel punto, rispondi. Per me, un Sì per sempre, alla vita missionaria, è quell’acconsentire di appartenere a Dio e ai fratelli, ed essere in grado di ricercare sempre il bene, insieme. In questo per me, sulle orme di p. Kolbe, è sempre la prima e l’ultima ispiratrice Maria, donna coraggiosa e autentica, fragilità ricolmata della grazia di Dio, per un bene più grande. E la bellezza che si sprigiona dalla libertà, per me, assume la forma della gratitudine, quel sentimento che torna a ricordare, giorno dopo giorno, di aver ricevuto tutto gratuitamente.

Il tuo carisma missionario è indirizzato in modo particolare ai giovani: quanto è importante prendersi cura di loro e come coinvolgerli alla missione?
I giovani sono spazio privilegiato della mia missione. Camminare insieme a loro è una delle gioie più grandi che io riceva. Penso che in questo momento storico, siano loro la fascia più bisognosa. Ma è anche la fascia più bella, per il desiderio di fratellanza, di costruire insieme, anche nella loro capacità straordinaria di empatia e una creatività senza confini, condita dalla gratuità verso l’essere umano. La domanda che dovremmo sempre rinnovare dentro di noi è se davvero siamo capaci di essere compagni dei loro cammini, senza cadere nella tentazione di essere figure che stanno lì, esigono e rilevano solo il negativo. Prendermi cura dei giovani significa anzitutto la disponibilità a esserci, a condividere quel che sono, accorciare le distanze, a discapito della falsa immagine di una persona consacrata perfetta. Credo fermamente che la crescita e i cammini si fanno dentro le relazioni, per cui cerco umilmente di condividere la strada, perché, mentre mi viene dato il miracolo di veder crescere le giovani vite, compiersi i cammini vocazionali, viene confermato il mio cammino e la mia vocazione. Credo che proprio lì sta il coinvolgimento più autentico nella missione comune: far venire fuori la ricchezza e il tesoro che i ragazzi hanno dentro e creare spazi perché possano vedere come la loro vita è preziosa per gli altri. Sono grata ai giovani soprattutto per questo e spero di poter dare sempre di più, per vivere insieme questa vita piena di sfide e di bellezza.

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