Nella mattinata di mercoledì 21 luglio, l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, David Oren, ha fatto visita all’Arcivescovo mons. Roberto Carboni.
Non una vera e propria visita istituzionale ma un incontro amichevole e fraterno che l’Ambasciatore sta compiendo in tutta Italia per mettersi in ascolto e in dialogo con i vescovi, pastori e guide delle comunità cristiane.
La visita è stata richiesta dalla Segreteria dell'ambasciatore, ha spiegato l’Arcivescovo, e rientra in un progetto di visite ai vescovi italiani per rafforzare le relazioni non solo a livello di Stato di Israele e Santa Sede, ma anche di relazioni con le chiese locali che, in gran parte, hanno un considerevole flusso di pellegrini verso la Terra Santa. Per Israele è importante rilanciare il messaggio che, dopo il tempo della pandemia, la terra di Gesù sia pronta di nuovo per accogliere i tanti pellegrini, la cui presenza incide significativamente nell'economia dello Stato e nella vita delle comunità cristiane in Palestina.
Così, dopo la prima giornata in terra sarda vissuta tra Cagliari e Iglesias, l’ambasciatore israeliano ha fatto tappa a Oristano, per poi proseguire, verso Nuoro e Sassari, dove ha concluso la sua visita.
L'ambasciatore si è soffermato sulle bellezze della nostra Isola, ha raccontato mons. Carboni. Abbiamo parlato di Oristano e della sua storia. Al momento dello scambio dei doni mi ha fatto omaggio di un ricco volume sulla Menorah, il candelabro a sette braccia, nella storia e nei codici Miniati. Io gli ho regalato una ceramica, simbolo della città di Oristano, e il volume sulla Cattedrale di Ales, informandolo anche del fatto che sono vescovo della diocesi di Ales-Terralba.
L’incontro con mons. Carboni ha dato l’opportunità all’ambasciatore di raccontare lo stato di salute dei rapporti tra Santa Sede e Israele e di evidenziare quanto ancora ci sia da fare soprattutto nella lotta contro l’antisemitismo.
Il dialogo con l'ambasciatore è stato molto cordiale, ha confidato l’Arcivescovo. Abbiamo convenuto sullo speciale legame tra gli ebrei e i cristiani; una lunga storia con momenti, come sappiamo, non sempre facili, ma che per impulso soprattutto degli ultimi Pontefici ha potuto aprirsi a maggiore collaborazione, ascolto e ricerca di temi comuni. Non dimentichiamo che noi cristiani abbiamo profonde radici nella storia di salvezza del popolo di Israele. Gesù, Maria, gli Apostoli, erano ebrei e pertanto la relazione con gli ebrei è una relazione unica e speciale, che non abbiamo con altre religioni, a cui guardiamo comunque con rispetto. L'ambasciatore mi ha invitato a visitare Israele, ha concluso mons. Carboni, e ad aiutare i giovani a comprendere come l'antisemitismo si combatte con una conoscenza più approfondita delle comuni radici.
A margine della visita fatta all’Arcivescovo, abbiamo intervistato l’Ambasciatore David Oren sia per approfondire le motivazioni del suo viaggio in Sardegna che per conoscere da lui in che modo si stia procedendo nei rapporti tra Santa Sede e Stato di Israele.
È la prima volta che viene in Sardegna? Quali tappe del suo viaggio in terra sarda?
Sì, è la prima volta. Pochi giorni per incontrare i vescovi delle diocesi sarde e per visitare qualche luogo significativo di una terra che ha molte affinità con Israele come il clima o il mare. Cagliari mi ha ricordato molto Tel Aviv. Ma non solo. È una terra quella sarda con cui condividiamo molto da un punto di vista storico. Penso ai 4000 ebrei mandati da Cesare Tiberio da Roma sull’isola che diedero vita a un primo nucleo di comunità ebraica in Sardegna, ingrandito poi dagli ebrei che arrivavano dalla Spagna. Un nucleo oggi molto grande e che coinvolge tante comunità in tutta la regione.
Ha parlato di storia. Quella che cristiani ed ebrei condividono è lunga più di 2000 anni. Non sono state tutte rose e fiori, ma anche tante difficoltà poi superate col dialogo. Può essere questa storia presa d’esempio per i conflitti tra i popoli?
È certamente un bell’esempio di cosa significhi dialogare tra popoli. Nel 1965 la Chiesa cattolica ha adottato un documento magistero molto significativo dal titolo Nostra Aetate col quale ha fatto un cambiamento importante di atteggiamento di fronte al popolo ebreo e che ha aperto la strada verso il dialogo. La Chiesa cattolica ha accettato, con quel documento, che l’ebraismo è una parte intrinseca del cristianesimo, così come ha anche detto papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita nella più grande sinagoga ebraica e ha ribadito con forza anche papa Francesco.
Come mai questo documento di cui parla è poco conosciuto e poco diffuso?
Non ho una risposta a questa domanda. In maniera molto misteriosa è stato poco valorizzato anche se contiene quella verità basilare di cui ho parlato prima e che invece dovrebbe essere fatta conoscere. Quel documento è magistero, ha compiuto 55 anni, l’alto Clero lo conosce ma parte del clero e molti credenti non lo conoscono. Eppure contiene messaggi importanti che dovrebbero essere indirizzati verso i popoli. Il cristiano non può essere antisemita perché altrimenti sarebbe contro sé stesso.
Invece l’antisemitismo continua, purtroppo…
Purtroppo sì. È una grossa malattia che non è stata guarita. Non solo continua ma con perversione cresce. È una sfida, per noi e per la Chiesa, quella di cooperare per una lotta comune nei confronti di questo peccato contro Dio e gli uomini così come Giovanni Paolo I’ha definito.
A proposito di anniversari… due anni fa si sono celebrati i 25 anni di rapporti tra Santa Sede e Stato di Israele. Come sono oggi questi rapporti?
È stato un piacere celebrare quell’anniversario. Ricordo, tra gli eventi di quell’anno, il grande concerto musicale che si tenne nella più grande sinagoga a Roma e che vide tenori italiani e tenori israeliani cantare insieme. Per quell’anno fu pubblicata una Bolla congiunta tra Chiesa cattolica e Stato di Israele che aveva come simbolo la chiesa di San Pietro a Capernaum e la sinagoga antica di Capernaum, costruite una di fronte all’altra. Presentai questa Bolla a papa Francesco col quale abbiamo condiviso che tanti passi sono stati compiuti ma che ci sia ancora molto da fare. Per esempio nello scambio accademico culturale, nella valorizzazione dei pellegrinaggi, nella lotta all’antisemitismo.
La Sardegna si prepara a vivere un pellegrinaggio regionale ad Assisi a ottobre. Quando si potrà, invece, tornare in Terra Santa in pellegrinaggio?
Purtroppo la pandemia ha messo in ginocchio le organizzazioni che si occupano dei viaggi in Israele. Un anno veramente difficile che ha limitato moltissimo i viaggi organizzati. La settimana scorsa, però, c’è stato un primo pellegrinaggio giunto da Roma, il primo dopo tanto tempo. Crediamo che pian piano si possa tornare a visitare questi luoghi molto significativi e importanti per il cristianesimo.
Un’ultima domanda un po’ più personale… Qual è stata la sua soddisfazione più grande come Ambasciatore?
Ci sono molte cose che mi hanno gratificato ma l’esperienza più bella è stata aver potuto fare una Bolla con la quale fare il punto della situazione sui rapporti tra Israele e Santa Sede. Consegnarla al Papa e parlarne con lui è stato emozionante, così come farla conoscere, diffonderla nelle nazioni è stato importante per il messaggio che questa Bolla racchiudeva.