Sabato, 31 Luglio 2021

L’avevamo intervistata nel 2020 quando, tra le righe, ci raccontò tutta la sua paura e la sua preoccupazione per quanto accadeva a causa della pandemia. A distanza di un anno, abbiamo ancora l’opportunità, e per questo la ringraziamo, di ospitare nelle pagine del giornale Giulia Pazzola, originaria di Narbolia, medico immunologo all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.



Ci siamo lasciati a maggio scorso con forti sentimenti di paura, disorientamento, senso di impotenza. Quali sono le tue sensazioni, oggi?
È passato veramente tantissimo tempo! Mentre nella prima fase, nonostante come personale medico - sanitario fossimo più impauriti ma molto più carichi, entusiasti e pieni di energia nell’affrontare quella situazione, nella seconda siamo stati tutti molto più stanchi, sia dal punto di vista fisico che emotivo perché anche noi abbiamo dovuto affrontare, sia dentro l’ospedale che fuori, la pandemia e perché nonostante si sia cercato di far seguire le regole ci trovavamo orde di persone che venivano nuovamente ricoverate in misura maggiore rispetto alla prima ondata. Ci siamo trovati a dover fare i conti anche con la rabbia, la stanchezza e la frustrazione. Davanti ai pazienti che stanno male il forte sentimento di rabbia, però, passa e subentra un altro spirito che è quello per cui abbiamo scelto di fare i medici. La seconda (novembre - dicembre) e la terza fase (febbraio) sono state sicuramente più difficili della prima anche perché abbiamo sentito l’esigenza di tornare a fare il nostro lavoro e a non occuparci solamente del Covid che ha monopolizzato e cambiato l’assetto dell’ospedale in tutto ciò che offre.

Da questa condizione di precarietà si è cercato di individuare modalità di intervento adeguate ed efficaci. Come nel tuo reparto si è continuato ad affrontare l’emergenza?
Nel corso della prima ondata, durante il lockdown, eravamo totalmente impreparati perché di fronte a una emergenza totale. Siamo riusciti a riprogrammare tutte le visite e a mantenere ogni giorno le urgenze ma solo nella seconda ondata siamo riusciti a svolgere tutto normalmente. Per quanto riguarda la gestione dei pazienti siamo stati meno impreparati perché conoscevamo meglio il virus e anche se, tutt’oggi, terapie vere e proprie ancora non ci sono, sicuramente conosciamo qualcosa di più; ci siamo, per esempio, resi conto che nelle forme gravi poteva essere usato precocemente il cortisone ad alte dosi con successo ed è risultato possibile utilizzare alcuni farmaci che potevano avere un qualche effetto; a oggi ci sono anche gli anticorpi monoclonali anche se ancora il loro uso è limitato e non è ancora chiara quale efficacia reale possano avere. Conosciamo un pochino di più il virus e sappiamo un po’ di più come affrontarlo. La seconda ondata ha prodotto un riassestamento totale dell’ospedale ma, da questo punto di vista, non è cambiato niente anche se i numeri dei malati di Covid sono stati sicuramente più alti.

Quale è la situazione attuale dei numeri di contagi, posti in ospedale, guarigioni?
In questo momento la situazione è migliorata tantissimo, il nostro reparto è stato completamente riconvertito con il numero dei posti letto normali e funziona come reparto per le patologie autoimmuni; rimane l’obbligo da parte dei pazienti che devono essere ricoverati di presentarsi con il risultato negativo del tampone molecolare appena eseguito che viene replicato ogni due giorni e, a seguire, periodicamente; inoltre, per evitare i focolai, l’accesso alla struttura ospedaliera è consentita a un unico parente dopo aver fatto il tampone. Procedono tutte le viste ambulatoriali; anche nelle medicine si sono ripristinati i posti letto normali. Rimangono ancora pazienti covid in malattie infettive, pneumologia e terapia intensiva ma, pian piano, si sta tornando alla normalità anche se ancora non la si è del tutto raggiunta.

In che modo le persone devono continuare ad adottare comportamenti corretti per tutelare la propria salute e quella degli altri?
Ciò che ancora si può fare è sicuramente rispettare le misure di sicurezza e godersi questo periodo estivo all’aria aperta. La raccomandazione è che, soprattutto quando si ritornerà a stare negli spazi chiusi, si continuino a seguire le regole soprattutto se non si è vaccinati. A proposito di questo, l’invito è sicuramente quello di sottoporsi alla vaccinazione che è fondamentale in quanto i vaccini sono sicuri, testati su un gran numero di persone. Solo il fatto che tutti possano sottoporsi al vaccino e quindi limitare la circolazione del virus può costituire la vera speranza di poterlo debellare.

Storie di medici in prima linea che si sono spesi senza risparmio. Ricordi qualche particolare episodio di come il rapporto con i sanitari abbia permesso ai pazienti di superare la solitudine, la paura di morire, i lunghi tempi in attesa della guarigione?
Ci sono tanti episodi che mi vengono in mente caratterizzati da un unico intento: trascorrere più tempo possibile con i pazienti. Con l’aiuto degli infermieri, che sono stati preziosissimi, e gli OSS facevamo le video chiamate con i parenti e questo li ha sicuramente aiutati. Risultava impossibile far entrare in ospedale i familiari anche se, durante la seconda ondata, l’abbiamo permesso per poter salutare i pazienti, con le dovute precauzioni, soprattutto quando la situazione era veramente drammatica e non ci sarebbe stato più nulla da fare. Situazioni veramente tristi che spero di non rivivere più. Siamo però riusciti anche a scherzare, a ridere e ricordo molte cose belle sia nel rapporto con i pazienti che tra noi medici e infermieri e questo ci ha uniti tanto proprio perché abbiamo lavorato tanto insieme. Le altre figure che ci hanno supportato in maniera notevole sono stati gli psicologi dell’ospedale che, ogniqualvolta si sia reso necessario, hanno alleggerito il faticoso percorso quotidiano.

Via del Covid sulle note di De André è la canzone che hai composto per raccontare i giorni estenuanti in corsia, le difficoltà e lo scoraggiamento ma anche il faticoso impegno quotidiano sostenuto dalla speranza di potercela fare …
Via del Covid l’ho scritta durante la prima ondata, in un periodo sicuramente drammatico, ed è stato un modo di esorcizzare, tornata a casa dall’ospedale, la paura, la difficoltà, la stanchezza. È stato anche un modo per far sorridere le persone che ha un po’ distratto tanti in quel periodo perché, benché non me lo aspettassi, la canzone ha circolato. L’intento, riuscito, era anche quello di raccogliere fondi sia per l’ospedale sia per un progetto specifico, che ha dato sollievo e fatto stare meglio.

Da medico impegnato in prima fila in una zona dell’Italia grandemente colpita dalla pandemia, con quale stato d’animo hai seguito il diffondersi del virus nella nostra Isola?
In Emilia Romagna il virus, come sappiamo, si è diffuso in maniera massiccia provocando tantissime vittime. Ero molto preoccupata per la Sardegna e l’ho seguita da vicino con contatti diretti e quotidiani, in parte perché la sento casa mia e perché moltissimi dei miei affetti, primi tra tutti la mia famiglia e i miei molti amici cari, si trovano lì. Pensare alla paura provata da loro mi preoccupava. L’altro problema che mi angosciava è che in Sardegna la somministrazione vaccinale è stata, nella prima fase, lenta.

Cara Giulia, nel ringraziarti per la tua disponibilità e per averci dedicato tempo per raccontare la tua esperienza professionale e umana in un contesto inedito e particolare, rivolgiamo il nostro grazie di cuore a tutti gli operatori sanitari che continuano ad affrontare l’emergenza pandemica con grande dedizione e spirito di sacrificio.

A cura di Maria Rita Quartu

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