Sabato, 31 Luglio 2021

Abbiamo intervistato don Omar Orrù recentemente nominato direttore dell’Ufficio liturgico diocesano

Don Omar… oltre a guidare le parrocchie di Tiana, Ovodda e Teti, nelle scorse settimane l’Arcivescovo le ha chiesto di dirigere l’Ufficio liturgico diocesano. Che significato ha per lei lavorare in questo particolare settore della vita diocesana?

Guidare l’Ufficio liturgico è per me una sfida in quanto richiede un costante lavoro di dialogo tra teoria e prassi, tra diocesi e parrocchie. L’Arcivescovo mi ha chiesto di servire la diocesi in questo campo che richiede preghiera e studio, progettazione e coordinamento con gli altri Uffici pastorali, ascolto delle parrocchie e delle foranie. Inoltre richiede anche alle parrocchie che mi sono state affidate un surplus di pazienza e comprensione che non mi permetteranno una presenza più costante.

Come è strutturato l’Ufficio liturgico, da chi è composto, di cosa concretamente deve occuparsi?

Al momento sto dialogando con l’Arcivescovo per delineare l’identità, le competenze e la composizione dell’Ufficio all’interno della Curia. In teoria l’Ufficio dovrebbe aiutare il vescovo e la diocesi a prendere sempre più coscienza del valore della liturgia nella vita della Chiesa e di ogni cristiano. Per perseguire questo fine dovrebbe occuparsi della formazione liturgica del popolo di Dio: clero, laici e religiosi. In particolare dovrebbe promuovere la partecipazione attiva e incentivare i ministeri liturgici, in modo che ogni celebrazione, sia quelle presiedute dal vescovo che quelle parrocchiali, siano preparate ed eseguite con cura.

Lei ha perfezionato i suoi studi in Liturgia nell’Ateneo Sant’Anselmo di Roma, uno dei centri più importanti della Chiesa Cattolica: quali argomenti ha particolarmente approfondito?

Durante i due anni di specializzazione il Pontificio Istituto Liturgico mi ha aiutato ad approfondire una conoscenza storico-teologica della Liturgia. Ho studiato l’evoluzione storica delle celebrazioni dei sacramenti e dei sacramentali, la teologia che emerge dai riti e dalle preghiere, l’importanza della Parola di Dio che innerva ogni celebrazione. Quest’approccio mi ha insegnato che la preghiera liturgica è fonte della teologia e della spiritualità perché, pregando riuniti in assemblea, si può fare esperienza sempre maggiore di essere il Corpo di Cristo che cammina nella storia sotto la guida dello Spirito Santo. La liturgia coinvolge ognuno di noi nel disegno di salvezza di Dio. Questa continua scoperta della bellezza di Dio e della propria identità umana e cristiana trasforma ogni battezzato in modo che ogni giorno traspaia la gioia dell’incontro con il Crocifisso Risorto. Nella vita liturgica nasce la tensione esistenziale a essere testimoni credibili e coraggiosi della Pasqua.

Cosa ne pensa della traduzione italiana del Lezionario e del Messale Romano in uso nelle nostre comunità da sei mesi? La traduzione delle preghiere eucaristiche e dei prefazi secondo lei rispondono alle esigenze delle nostre parrocchie?

Sinceramente sono abbastanza critico sulla traduzione del Lezionario e del Messale. La Liturgia è Parola di Dio che diventa azione e preghiera, perciò è naturale che le difficoltà che emergono dalla traduzione della Scrittura si siano riversate nella traduzione del Messale. Il Lezionario segue i criteri indicati dal documento Liturgiam authenticam (2001) che chiedeva una traduzione letterale del testo, mentre il Messale ha cercato di mediare con il documento di Papa Francesco Magnum Principium (2018) che chiede di salvaguardare il senso del testo originario. Non sono un biblista, ma si nota la differenza con la traduzione del 1983 che, a differenza dell’attuale, rendeva ai salmi il loro carattere di canto poetico. Mi sembra che la traduzione dei testi liturgici in alcuni punti sia stata un po’affrettata e abbia messo da parte quella che era ormai una tradizione liturgica della Chiesa italiana, per rispondere alle attese di avere in breve tempo la traduzione del Messale. Questo ha fatto sì che anche nelle Preghiere eucaristiche alcuni passaggi siano troppo vicini al testo latino, che ha una sua struttura, il che ne rende difficoltosa non solo la proclamazione, ma anche la comprensione immediata.

Cosa ne pensa della proposta di una traduzione del Messale in lingua sarda?

Anzitutto c’è una difficoltà tecnica: per avere libri liturgici in una lingua è necessario che prima ci sia una traduzione ufficiale e approvata della Bibbia. In secondo luogo la proposta non mi convince molto in quanto, purtroppo, la lingua sarda nei nostri paesi sta perdendo costantemente terreno. Sempre meno giovani la parlano e sempre più si sta italianizzando. Si fa fatica a comprendere il linguaggio dei Gosos che pure appartengono alla nostra tradizione e di cui si ha una conoscenza anche mnemonica. Un’opera del genere avrebbe avuto più senso se fosse stata attuata negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando ancora il sardo era veramente la lingua quotidiana e universale dei nostri paesi.


Chi è don Omar.

Don Omar Orrù, originario della parrocchia di Tonara, è nato a Sorgono nel 1987. Ha fatto il suo ingresso nel Seminario Arcivescovile di Oristano nel settembre 1998; dopo aver frequentato la scuola media Leonardo Alagon e il Liceo classico S.A De Castro, ha proseguito il suo cammino vocazionale nel Seminario Regionale Sardo e gli studi universitari nella Facoltà Teologica della Sardegna a Cagliari: ha conseguito il Baccellierato in Teologia, con una tesi su Cipriano di Cartagine; si è poi spostato a Roma, nel Pontificio Istituto Liturgico di Sant’Anselmo, dove ha conseguito la Licenza con una tesi sul Diaconato. È stato ordinato presbitero dall’Arcivescovo Ignazio Sanna a Tonara nel 2013. Dopo essere stato per due anni animatore al Seminario diocesano, nel 2015 è stato nominato parroco di Tiana e Ovodda e, nel 2020, anche Amministratore parrocchiale di Teti; membro del Consiglio Presbiterale e della Commissione diocesana di Arte Sacra; dirige l’Ufficio Liturgico diocesano dall’aprile di quest’anno. Sta preparando la tesi dottorale sempre sul Diaconato.

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