Sabato, 16 Maggio 2026

Il tema della giustizia divina, legata al Sacramento della Riconciliazione, non può non legarsi a quello della giustizia terrena, curata dall’uomo attraverso gli organi competenti. Questo tempo particolare per la Chiesa, in cui il perdono e la misericordia sono dono di Grazia e speranza per l’umanità, si offre come una buona occasione per approfondire lo stato di salute del sistema giudiziario italiano e riflettere su come ciascuno può fare la propria parte per una giustizia sociale più concreta e credibile.

Ci viene in aiuto il magistrato Paola Braggion, nata a Verona 55 anni fa, residente a Milano, in esercizio dal 1994 e attuale componente, dal 2018, del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. Testimone di una grande fede in Dio, ha abbracciato l’evangelica forma di vita ispirata alla Regola dell’Ordine Francescano Secolare di cui è guida nazionale come Ministra dell’OFS d’Italia.

Cosa vuol dire far parte del CSM?
Il Consiglio superiore della magistratura è l’organo di governo autonomo della magistratura, che svolge la funzione di sovraintendere all’organizzazione degli uffici, ai trasferimenti dei magistrati, alla nomina dei dirigenti. Farne parte è una grande responsabilità sia per cercare soluzioni idonee per il miglior funzionamento, per l’efficienza degli uffici e per la tutela dell’indipendenza dei magistrati e sia per evitare, come purtroppo accaduto, che le finalità cui si ispirano le scelte del Consiglio siano influenzate da fattori esterni.

Lei ha abbracciato lo stile francescano come scelta di vita. Far parte del CSM è più un momento importante della sua professione o più un aspetto significativo della sua vocazione?
Credo che i due aspetti siano inscindibili. Le scelte di vita, comprese quelle professionali, devono assumere significato vocazionale per essere autentiche. La Regola dei francescani secolari invita a passare dal vangelo alla vita e dalla vita al vangelo, cioè a permeare ogni realtà umana dell’amore di Cristo e a compiere scelte con spirito di servizio per la società civile e, dunque, per le persone che la costituiscono. La mia professione e, in questo momento, il ruolo di consigliere superiore sono espressione della mia vocazione cristiana e francescana, perché l’amministrazione della giustizia è e deve essere un servizio ai cittadini e perché ciò che io sono e che professo deve informare ogni mia attività.

Come riesce a conciliare il lavoro per la giustizia con lo stile della correzione fraterna?
La professione di giudice comporta l’applicazione delle leggi e la valutazione del caso concreto rispetto al precetto normativo. Non è l’ambito proprio della correzione fraterna, perché vi sono parti contrapposte, anche se la risposta di giustizia al cittadino in qualche modo dà una direzione, indica qual è l’interpretazione della norma e dunque come deve essere indirizzato il comportamento corretto e legittimo. Anche i tentativi di conciliazione che il giudice compie sono rivolti innanzitutto a trovare accordi nel caso concreto e non a far rilevare gli errori di una delle parti. Nell’ambito penale, se vogliamo, potrebbe individuarsi in senso lato una sorta di possibile correzione nella finalità rieducativa della pena, indicata dalla Costituzione, ma la correzione fraterna credo debba operare su un altro piano, nella relazione tra le persone, non nella risposta dell’istituzione.

Come sta il sistema giudiziario? Gli italiani sembrano mostrare sempre più perplessità sul sistema…
Malgrado tutti gli scandali che hanno travolto la magistratura in questo tempo, la stragrande maggioranza dei magistrati lavorano moltissimo, con grande impegno, zelo e con alto livello qualitativo nella risposta alla domanda di giustizia. La sfiducia dei cittadini è stata alimentata da alcuni fatti eticamente e deontologicamente scorretti o illeciti di alcuni magistrati, ma che ritengo non abbiano intaccato il lavoro dei magistrati negli uffici giudiziari, se non in rare eccezioni che vengono poi valutate nelle sedi competenti, penali e disciplinari. Il vero problema del sistema giudiziario, oltre al richiamo della tensione etica che deve informare anche ogni comportamento del giudice dentro e fuori i palazzi di giustizia, riguarda i tempi dei processi e la necessità di alcune riforme coraggiose in sede legislativa (depenalizzazioni, amnistia, prescrizione, abolizione del divieto di reformatio in peius, cioè di riforma peggiorativa in appello, giusto per citarne alcune).

Le notizie sui continui contrasti interni al CSM legati soprattutto alle influenti correnti politiche stanno allontanando le persone dal vostro lavoro?
Certamente alcuni fatti accaduti hanno portato sconcerto sia all’interno che all’esterno della magistratura, ma le notizie giornalistiche continue, sensazionalistiche e spesso imprecise alimentano sfiducia e sconforto, privando ingiustamente il magistrato, che lavora negli uffici giudiziari, di credibilità e fiducia.

A ognuno la sua parte. Che ruolo devono avere i giudici e quale invece la popolazione per una giustizia sociale più tangibile e soprattutto più credibile?
Il giudice, a mio avviso deve essere sempre più colui che cerca di applicare e interpretare la legge senza fini personali o ideologici e deve presentarsi rigoroso e indipendente dalla politica. Vorrei richiamare le parole di Rosario Livatino, magistrato integerrimo, ucciso dalla mafia, che tra pochi mesi la Chiesa proclamerà Beato. Egli, nella conferenza Il giudice nella società che cambia, tenuta nell’aprile del 1984 affermava: il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato. Direi, con Livatino, che solo se il giudice è persona seria, responsabile ed equilibrata, libera e indipendente da ogni centro di potere la società può accettare che egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha. E proprio in virtù del potere che i magistrati hanno in ordine alla libertà personale e alla tutela dei diritti delle persone devono essere rigorosi, limpidi, indipendenti, il più possibile liberi da condizionamenti. L'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità a iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia a ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione e il pericolo della interferenza. Queste parole disegnano magistralmente il profilo di chi esercita il potere che la Costituzione gli ha affidato come servizio ai cittadini e alla società e non come lustro personale o come mezzo per imporre idee personali.

A cura di Mauro Dessì

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