In Sardegna, così come nel resto d’Italia, si assiste a un profondo cambiamento nel panorama informativo, ma è giusto parlare di crisi dei mezzi tradizionali di comunicazione? Sicuramente il mare è agitato per tutti, ma chi ha una storia ultracentenaria e una forte identità territoriale è più strutturato e resistente di altri. È così per La Nuova Sardegna, nata a Sassari il 9 agosto 1891 come espressione dell’esigenza di rinnovamento della politica sassarese e della stessa Sardegna, che in quegli anni stava vivendo un momento buio. Abbiamo approfondito l’argomento con Enrico Carta, giornalista professionista che dopo varie esperienze nel mondo della comunicazione è stato assunto nel 2001 a La Nuova Sardegna, dove lavora tuttora.
di Erika Orrù.
Com’è nata la passione per il giornalismo?
Non so quanto le cose nascano volontariamente nella vita. A volte ci capita quasi per caso di imboccare certe strade o perché qualcun altro ci lascia le indicazioni per addentrarci o perché forse assecondiamo le nostre inclinazioni. Da ragazzino ero innamorato delle cronache sportive, in particolare di quelle alla radio; sognavo un giorno di poter prendere il posto di qualche giornalista RAI a Tutto il calcio minuto per minuto, magari di interrompere un collega in diretta per raccontare che era stato appena segnato un gol nello stadio in cui ero inviato. Poi ti ritrovi da grande a fare proprio quello che avevi immaginato. Tutto è capitato perché mio padre Serafino, che teneva una rubrica sportiva per Radio Cuore, qualche volta mi chiedeva di dargli una mano. Io mi sono buttato un po' timidamente e talvolta controvoglia: a 19 anni preferivo fare altro nel tempo libero o mi vergognavo di far sentire la mia voce alla radio; da lì la collaborazione si è estesa. Dopo 4 o 5 anni ho iniziato anche a collaborare con La Nuova Sardegna e successivamente, per pochi mesi, con Nova TV. Come sono qui ora? È successo quasi per caso. La Nuova doveva potenziare l'organico, c'erano delle agevolazioni per l'inserimento di under 30 laureati, più o meno ero l'unico tra i collaboratori della redazione di Oristano ad avere tali requisiti. È iniziata così, nel gennaio 2001, e ancora occupo la stessa scrivania anche se sono cambiate molte cose; per quanto lo sport mi piaccia sempre tantissimo me ne occupo raramente: la cronaca nera, giudiziaria o le inchieste hanno un altro fascino.
Quali requisiti dovrebbe avere chi fa informazione?
Il più importante è lo spessore culturale che va coltivato giorno dopo giorno. È vero che spesso ci si ritrova a occuparci di tutto e che ovviamente è impossibile conoscere l’intero scibile umano, ritengo però che una formazione culturale solida e sempre in divenire consegni al giornalista requisiti basilari come la capacità di ragionare, di essere consequenziale nel pensiero e nel giudizio, la capacità di ascoltare e saper cogliere dall'interlocutore o dai fatti che si hanno davanti l’essenza di un discorso o di un avvenimento. Penso poi che la vita che conduciamo al di fuori della professione debba essere il più corretta possibile. Il nostro vissuto, anche quando ci sembra di no, lo portiamo inevitabilmente all'interno di ogni articolo e questo significa che stiamo dando una visione del mondo e dei fatti, ovvero che stiamo giudicando. Ecco perché dobbiamo essere quanto più credibili anche in ciò che facciamo quotidianamente. È qualcosa di molto vicino alla morale forse.
Quali sono i punti di forza della carta stampata? Secondo lei l'avvento delle nuove tecnologie e dei social porterà alla fine del cartaceo?
Bisogna fare una precisazione. Se usiamo il termine cartaceo dandogli il significato letterale, penso che seppur non scomparendo andrà a ridursi ulteriormente. In fondo non c'è più bisogno di stampare su carta per fare informazione. Se intendiamo un modo di fare giornalismo, allora resisterà a lungo, nonostante le tecnologie e la pretesa generalizzata di avere l'informazione gratis, certamente figlia di internet. Non si può avere un prodotto perfetto, rapido, affidabile, esaustivo e possibilmente di qualità culturale elevata senza pagare. Se entro in panetteria, non posso uscire con un kg di pane senza averlo pagato. Perché si pretende invece che il giornalismo di qualità debba essere gratuito? È palesemente una stortura. Arriverà il momento in cui o si pagherà per intero l'informazione anche su internet o ci si dovrà accontentare di qualcosa che assomiglia ad essa. Faccio poi la distinzione tra social e informazione: i social sono un rullo, dove a una cosa segue un'altra senza una consequenzialità razionale, un luogo da cui si possono ricavare notizie, ma non sono informazione. La carta stampata o comunque il giornale vince la sua battaglia se non si fa spianare da questo rullo e resta fedele al suo ruolo di dare un ordine e una priorità alle notizie. Il giornale, a differenza dei social, è un tutto. È un punto di forza? Penso proprio di sì.
Qual è il pezzo che desidererebbe scrivere?
Quel che spero di riuscire a scrivere è un libro. Ho alcune idee e diversi pensieri da mettere assieme, spero di averne la capacità. Scrivere un libro non è la stessa cosa che scrivere un articolo e non mi andrebbe di pubblicare solo per poter dire: Hai visto? Ho scritto un libro. Vorrei che fosse accettabile per lo meno da far dire a chi lo legge che non ha perso tempo dietro a qualcosa di scarso valore. Se così non sarà, penso sia meglio lasciarlo morire prima di nascere o continuare a farlo vivere solo nell'immaginazione.