Domenica, 11 Aprile 2021

L’inclusione sociale delle persone con disabilità – si legge sul portale delle Nazioni Unite – è una condizione essenziale per sostenere i diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la pace e la sicurezza. L’impegno a garantire i diritti delle persone disabili non è solo una questione di giustizia, è un investimento in un futuro comune.

È a partire dal 1981, con la proclamazione dell’Anno Internazionale delle Persone con Disabilità, che si ha la nascita di una maggiore sensibilità per questa tematica, anche se la Giornata internazionale delle persone con disabilità è stata istituita ufficialmente solo nel 1992. Una ricorrenza annuale finalizzata a porre al centro il rispetto e la valorizzazione delle differenze come parte della diversità umana, a sostenere la piena inclusione delle persone con difficoltà in ogni ambito della vita e a ridurre ogni forma di discriminazione e violenza.

Ne abbiamo parlato con Prof. Giuseppe Scarpa, Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo Simaxis-Villaurbana.

Si è celebrata il 3 dicembre la Giornata internazionale delle persone con disabilità. Lei ha scritto alle sue scuole che rimangono 364 giorni all’anno per dimostrare che non è stata inutile. È stato davvero un giorno prezioso?
Occorre evitare che occasioni come questa soddisfino in una sola giornata l’esigenza di prestare attenzione a un problema, un po’ come alcuni gesti significativi, ma episodici (es. fare una donazione); certo, servono in quel momento, ma è ancora più importante che assumano un valore quotidiano. In questo momento non possiamo dire che tale giornata abbia prodotto la ricchezza che ci auguriamo, ma possiamo pensare che sia stata preziosa anche se solo qualcuno ha colto e introiettato il messaggio, se ha creato una riflessione personale, se ha maturato una nuova visione delle cose o se ha confrontato la propria con un’altra prospettiva.


L’inclusione è un’impresa collettiva, un compito che non ha fine, che coinvolge tutti in funzione della riflessione e della riduzione degli ostacoli che noi e altri abbiamo creato e continuiamo a creare. Qual è il compito di ciascuno di noi?
Questo pensiero è contenuto ne L’Index per l’inclusione, un testo che guida a comprendere e ad analizzare la questione sotto il profilo delle politiche, delle culture e delle pratiche inclusive. È un concetto importante perché sottolinea come il processo dell’inclusione coinvolga tutti coloro che si trovano in un momento di difficoltà, spostando l’attenzione da una condizione essenzialmente medica dell’handicap - che tende a puntare lo sguardo su quello che manca e non su ciò che la persona è capace di offrire - a una dimensione sociale. La difficoltà è una condizione che può essere attraversata da chiunque, in una determinata situazione, incontri una barriera, di qualsiasi natura essa sia (fisica, fatta di pregiudizi, disinteresse, egoismo, etc.). È fondamentale capire non tanto che cosa non ho per arrivare alla prestazione che voglio ottenere, ma quale prestazione posso ottenere rimuovendo le difficoltà e creando dei facilitatori. Nessuno può esimersi dall’essere parte di questo progetto di crescita universale, ecco perché si parla di impresa collettiva. Sarebbe sufficiente attivare meccanismi di empatia, rispetto, tolleranza, di accettazione della diversità senza dare etichette.

Quali passi ha fatto concretamente la scuola per essere inclusiva?
La scuola come istituzione ha fatto tantissimi passi avanti anche grazie a un cammino normativo. Negli Anni ’70 la legge 517 ha abolito le classi differenziali inserendo le persone con difficoltà in quelle comuni; poi sono arrivate altre leggi, la 104, la legge sulla dislessia, le indicazioni sui bisogni educativi speciali. La scuola come sistema è in continuo divenire; personalmente credo che ci sia ancora tanto da fare. Lo stesso lessico si evolve continuamente: negli Anni ’70 si parlava di handicappati, col tempo siamo passati a parlare di portatori di handicap, disabili, diversamente abili, persone con disabilità. Anche a scuola si fa talvolta fatica a rimuovere le etichette e si dice erroneamente quell’alunno è un BES; semmai porta con sé un bisogno educativo speciale. Oggi si parla di didattica inclusiva perché si sta formando una nuova generazione di insegnanti intenta a proporre modelli di lavoro non più basati sulla mera trasmissione di contenuti, ma che strutturano l’intervento didattico in relazione ai bisogni presenti in classe, che insegnano ad affrontare la realtà grazie a quello che si impara a scuola.

Dalla teoria alla pratica, dalla scuola alla vita: è così o certe dinamiche inclusive sono effimere?
I modelli che pongono al centro l’alunno consentono apprendimenti stabili perché non sono solo frutto di un lavoro mnemonico, ma sono il risultato di azioni cooperative, di collaborazione, di confronto e di azioni laboratoriali che valorizzano i talenti, le intelligenze diverse e favoriscono esperienze di vita. I giovani hanno bisogno di una forte motivazione per apprendere. La scuola che ci serve in questo momento sta poco sui libri e molto nella vita che viviamo. Abbiamo libero accesso ogni giorno a infiniti contenuti per cui lo scopo della scuola non può essere quello di dare informazioni, ma di imparare a selezionarle e usarle in rapporto alle situazioni che ti presenta la vita. Accogliere, in termini di didattica inclusiva, significa andare verso il modo personale di affrontare la realtà senza fermarsi alle sole conoscenze. È un po’ il passaggio dall’egocentrismo della prestazione al valore della collaborazione; spesso ci si ferma davanti al primo step dell’accoglienza, occorre poi che la collettività venga strutturata in maniera tale che questa persona ne faccia pienamente parte con tutti i diritti collettivi e universali. È molto più facile che gli si apra la porta dall’interno creando le condizioni, che ciascuno rafforzi la sua capacità di affrontare i contesti e che la collettività ponga facilitazioni e non ostacoli. Una delle questioni che si sta affrontando a scuola è l’ICF, cioè il sistema di classificazione della funzionalità delle persone, che non bada più all’handicap, ma al personale modello di funzionamento in modo tale che il sistema possa creare ad hoc un facilitatore e togliere le barriere. L’inclusione non è qualcosa alla quale si arriva, ma è una strada tutta da costruire, cerchiamo perciò di essere tutti un po’ portatori sani di processi inclusivi.

Erika Orrù

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