Lunedì, 18 Gennaio 2021

Mi chiedono di dare l’esempio con la sopportazione, ma non è facile accettare e accogliere ciò che mi impongono. Così racconta p. Giuseppe Cogotzi quando gli si chiede di come stia oggi nella Casa di Riposo A. Licheri di Ghilarza dove, da alcuni anni, è ospite.

La struttura, suddivisa tra comunità alloggio e comunità integrata, in questi giorni è stata colpita dal Coronavirus e vive, come tante altre strutture, la preoccupazione della diffusione dei contagi. Sono in una bolla, isolato in tutti i sensi, confida p. Giuseppe. Dalla comunità alloggio sono stato trasferito nel reparto in cui ci sono gli anziani con più difficoltà, alcuni dei quali con l’Alzheimer. Probabilmente una scelta fatta per proteggermi da chi è stato colpito dal virus. Però mi trovo immerso nella sofferenza tra le urla e i dolori di chi sta male. E allora non è semplice affrontare tutto con pazienza. Se poi c’è chi la malattia non la accoglie e impreca contro il Signore e la Madonna attraverso le bestemmie, provo a fare il sacerdote non solo per offrire una buona parola ma anche per spiegare e parlare di fede. Un modo per uscire da quella solitudine in cui, padre Giuseppe è piombato da marzo. Prima del lockdown mi chiamavano i miei confratelli per portarmi nelle loro parrocchie e dar loro una mano. Mi piaceva tanto, era un modo per sentirmi utile e per trascorrere una giornata diversa dal solito. Da quando c’è stata la chiusura non posso più uscire, la mia unica aria è quella che arriva dal balcone o dalla finestra della mia camera. Mi sento davvero chiuso in una opprimente solitudine. Anche la celebrazione quotidiana della Messa la vive nel segreto della sua camera con poche cose portate da casa e a volte con la voce amica dei celebranti di turno in TV.
Con l’arrivo di padre Paolo Contini in parrocchia avevamo trovato l’accordo che nella struttura si potesse celebrare per tutti il sabato sera. Ed era bello poter fare questo servizio per gli ospiti della struttura e per la comunità parrocchiale. Poi però con la chiusura della Casa di Riposo non solo si sono interrotte le celebrazioni ma non mi è stata data la possibilità di poter celebrare né in cappella né in qualche sala. Avevo proposto, visto che non vedo, che ci fosse un volontario che mi aiutasse e magari che si potesse vivere la messa nel salone del ritrovo così che io potessi concelebrare dentro un rito trasmesso in TV. Però non mi è stato concesso. E allora celebro da solo, in camera mia, tutti i giorni. Una solitudine che avrebbe voluto alleggerire magari con la lettura, la sua passione più grande, ma spesso la super lente d’ingrandimento e la luce che entra dalla finestra non bastano per comprendere ciò che è scritto. I giornali mi arrivano, compreso L’Arborense, ci tengo proprio ad averlo perché mi lega ancora alla mia diocesi. Ma ci sono momenti in cui non riesco proprio. E allora mi affido al telefono per sentire qualche voce amica e rompere la solitudine di queste piccole quattro mura della mia camera. Ma, in tutta sincerità, spero vivamente di poter fare di nuovo quattro passi fuori di casa.

Mauro Dessì

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