Lunedì, 18 Gennaio 2021

Si chiama Tzaraccas il progetto teatrale ispirato alle giovani donne sarde che, soprattutto nel secondo dopoguerra, salpavano il mare della Sardegna per raggiungere il Continente, dove iniziavano il lavoro di domestica nelle case delle famiglie benestanti. Ideata e scritta da Sabrina Sanna, originaria di Santa Giusta ma residente a Narbolia, con vent’anni di esperienza nel campo del teatro, l’opera mette in scena la storia di cinque donne, non più giovani, che ripercorrono il proprio passato raccontando la loro vita nel Continente.


Sono narrazioni ricche di grande pathos, spiega Sabrina Sanna, vicende dove si intrecciano le storie, i dolori e le speranze delle ragazze sarde che andavano oltremare. Il lavoro è ispirato alle vite di quelle giovani donne che lasciavano il proprio paese per andare a lavorare soprattutto nella capitale. Talvolta erano orfane di padri morti in guerra e con il loro lavoro di domestiche aiutavano la famiglia. Nei cinque racconti ho voluto mettere in evidenza gli aspetti affettivi generati dalla separazione dai propri cari.

Ogni donna ritorna al passato e sviluppa una trama di ricordi fatti di nostalgia della propria terra e di dolore per aver lasciato la famiglia. Su tutto ciò si inserisce la nuova vita nella Penisola, che offre opportunità che il paese d’origine non avrebbe potuto offrire. Pagine di vita coinvolgenti e suggestive quelle che Sabrina Sanna ci racconta per bocca delle cinque protagoniste. Vicende ispirate a una realtà di immigrazione che hanno portato donne, uomini, e intere famiglie a lasciare il proprio paese d’origine. Fenomeno, quello dell’immigrazione, che col tempo ha causato una disgregazione sociale e territoriale mai acuita. Spesso le protagoniste non avevano neanche una valigia per partire e i pochi oggetti miseri venivano riposti in una specie di lenzuolo che fungeva da sacca da portare sulle spalle. Molte di queste ragazze sarde sono rimaste definitivamente a Roma o a Milano, piuttosto che a Firenze o Torino. Lì si sono sposate e hanno messo su famiglia.
Alcune hanno avuto la fortuna di andare a servizio nella casa di persone famose. Era sarda, per esempio, la ragazza che faceva da baby-sitter ai figli del critico cinematografico Tullio Kezech; come lo era, d’altronde, anche la ragazza che lavorava nella casa del pittore e scrittore Giorgio De Chirico e quella che prestava la sua opera nella casa del presidente della Repubblica Antonio Segni.
Si sa per certo che era sarda anche la giovane che lavorò nella casa romana di Edda Mussolini, figlia di Benito Mussolini e moglie del conte Galeazzo Ciano. Ritornando alla commedia teatrale di Sabrina Sanna, essa si arricchisce anche di un cortometraggio.

A parlarcene è la stessa autrice: Insieme al mio collaboratore e regista Fabio Mangroni abbiamo pensato di arricchire il progetto realizzando un cortometraggio dove intervisto alcune donne che erano partite oltremare per fare il lavoro di domestica. I loro racconti si sviluppano attraverso le foto del passato che esse commentano ricordando episodi e aneddoti delle loro vite. Alcune raccontano come la città le avesse fatte diventare ragazze alla moda, con un guardaroba che includeva anche i pantaloni, i capellini all’ultimo grido e un trucco impeccabile. Novità difficili da trovare in una loro coetanea che continuava a vivere in un paese della Sardegna tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Certamente queste giovani donne quando rientravano nel paese natio, magari per una visita ai loro parenti più prossimi, non passavano inosservate. Erano l’emblema di come il mondo da altre parti fosse cambiato. L’emozione che ho provato ad intervistare queste donne è stata fortissima. Spero che l’emergenza sanitaria finisca quanto prima e che i teatri tornino a riempirsi.
Il mio sogno è quello di portare questo lavoro nei circoli sardi sparsi in tutta Italia. A una delle intervistate, Pietrina, ho promesso di ritrovare la persona a cui aveva fatto da baby-sitter. Adesso lui è un romano di sessant’anni. Sarebbe bello ritrovarlo e portarlo a teatro per rivedere la sua tata sarda.

Franca Mulas
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