Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi, chi vive e crede in me non morirà mai. Credi tu in questo? (Gv 11,26).
* di Luisanna Usai
La domanda che Gesù rivolge a Marta, chiedendole un atto di fede sulla sua potenza salvifica e sulla resurrezione, lo scorso lunedì 10 marzo è risuonata durante la celebrazione della Preghiera ecumenica nell’antica chiesa di san Martino che, da anni, per volontà dell’Arcivescovo di Oristano, ospita le liturgie dei tanti fedeli ortodossi presenti in diocesi. Credi tu in questo? Credete voi in questo?
La celebrazione, guidata congiuntamente da mons. Roberto Carboni con da Marco Biancardi, pastore della Chiesa Pentecostale della Riconciliazione, e da padre Nestore Aghioantonita, del Sacro Monastero Ortodosso Sant’Antonio il grande, ha coinvolto le persone presenti nella preghiera sul testo che, quest’anno, era stato proposto dalla Comunità monastica di Bose.
La data di quest’anno è particolarmente significativa, perché ricorrono 1700 anni dal Concilio di Nicea: finalmente oggi tutti i credenti in Cristo possono esprimere la loro fede comune, con la Professione detta Credo Niceno. L'incontro si è articolato nei quattro momenti: incentrato sul racconto della resurrezione di Lazzaro, a proclamazione della Parola, la celebrazione della fede comune, e la recita del Credo e, infine, la recita delle preghiere di intercessione e del Padre Nostro.
I diversi momenti sono stati scanditi dal canto di alcuni Canoni di Taizè, guidato dal coro diocesano. Particolarmente coinvolgenti, in una celebrazione già intensa e suggestiva, gli interventi dei tre ministri, che hanno sottolineato, nella fede comune nella resurrezione, come le diverse sensibilità nonché le storie differenti delle nostre Chiese particolari scaturiscano tutte dall’unico messaggio di Gesù, che indica un percorso di salvezza verso la vita eterna, ma già qui e ora capace di dare speranza al percorso di vita di ognuno.
La resurrezione di Cristo non elimina la tragicità della vita, ha detto l’Arcivescovo Roberto. Cristo è entrato nella vita dell’uomo per sopportarne tutta la tragedia e trasformarla in vittoria, ma finché ci sarà un solo peccatore sulla terra, il corpo di Cristo rimarrà un corpo crocifisso. Nell’eternità egli ci apparirà esattamente così, perché la sua crocifissione parla dell’amore infinito di Dio. Però coloro ai quali parleremo della resurrezione di Cristo, ha ammonito l’Arcivescovo, coloro ai quali annunceremo che egli è risorto, che è Dio, che ha vinto, come potranno credere se anche noi saremo come quegli apostoli che potevano solo rallegrarsi di ciò che avevano sperimentato ma che non seppero mostrare né la potenza né la gloria della resurrezione?
La luce di Cristo, simboleggiata dalle candele accese nel momento della professione della Fede, ha accompagnato la preghiera e i canti dei molti fedeli che, anche quest’anno, non sono voluti mancare a un appuntamento, sempre più atteso e partecipato, promosso dalle tante associazioni che da anni sono impegnate in un cammino sinodale, sotto la guida di Stefano Pilia.
L’augurio è che questa, e altre celebrazioni, come la preghiera interreligiosa programmata per il prossimo 24 giugno, siano segno di unità e di speranza per cristiani e credenti di altre fedi, in un mondo sempre più diviso.

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