Mercoledì, 24 Aprile 2019

Progetto1

Dopo 28 anni sarà un anniversario diverso per familiari e amici delle 140 vittime del Moby Prince e anche per chi, come me e molti altri, si è imbattuto in questa vicenda e ne è rimasto letteralmente folgorato...

di Sebastian Madau

Il 10 aprile 1991, nel porto di Livorno, un traghetto Navarma diretto a Olbia, con 141 passeggeri a bordo, va ad impattare sulla petroliera Agip Abruzzo, squarciandone la fiancata e provocando un incendio.

Si tratta del più grave incidente della marineria italiana. Morirono in 140.

La versione ufficiale, che i tribunali hanno consegnato finora alla storia, parla di errore umano dovuto alla nebbia fitta. Non solo, grazie al contributo di un giornalista RAI, si diffonde la voce che, oltre alla nebbia, avrebbe giocato un ruolo determinante anche la partita di calcio tra Juve e Barcellona.

Per anni la gran parte degli italiani ha rimosso il ricordo della tragedia dando credito a queste due versioni.

Nessuno accennò alla presenza nel porto di sette navi americane, di stanza nella vicina base di Camp Darby, che rientravano dalla prima guerra del Golfo.

Non fece scalpore, forse perché nessuno diede la notizia, che dalla base fossero spariti i tracciati radar relativi a quei concitati e cruciali minuti dell'impatto.

A squarciare lo spesso velo sulla vicenda ha pensato la commissione parlamentare, presieduta dal sardo Silvio Lai, che dopo due anni di instancabile lavoro, il 24 gennaio 2018 ha messo in luce un'altra verità.

Verità che ora è al vaglio delle Procure di Livorno e Roma.

L'iter di questo percorso è racchiuso nel libro, appena uscito per Chiarelettere, Il caso Moby Prince. La strage impunita di Francesco Sanna e Gabriele Bardazza, presentato nei giorni scorsi in Sardegna tra Cagliari, Nuoro e Sassari.

La commissione d'inchiesta ha ribaltato i due pilastri della richiesta di archiviazione delle due indagini giudiziarie: nebbia e sopravvivenza a bordo stimata in 20, massimo 30 minuti.

Quindi, se non c'era la nebbia, perchè il traghetto è andato addosso alla petroliera? E, interrogativo ancora più inquietante, se sul traghetto si trovavano persone ancora vive dopo mezz'ora dall'impatto, perchè non si è fatto niente per salvarle?

A questi interrogativi drammatici dovrà trovare risposta, ci auguriamo nel più breve tempo possibile, la magistratura.

A noi come cittadini spetta mantenere alta la guardia su fatti come questi, perché vicende più recenti (su tutte il caso Cucchi) hanno dimostrato che un castello ben organizzato di bugie, coperte anche da alte cariche dello Stato, può crollare se l'opinione pubblica dimostra la volontà ferma e risoluta di vederci chiaro.

Solo così il senso di abbandono e di sfiducia nei confronti dello Stato, che provano i parenti e gli amici delle 140 vittime, potrebbe placarsi.

Solo con la rimozione dell'oblio forzato su questa tragedia, l'Italia potrebbe considerarsi un paese più civile.

 

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