Lunedì, 18 Gennaio 2021

Conosco L’Arborense da quando ero ragazzo. Ahimè, son passati un po’ di anni. Allora, il settimanale diocesano si chiamava Vita Nostra.


Mi passava davanti, a casa dei miei e di mio nonno. C’era sempre, ricordo questo particolare, anche nella sacrestia della mia parrocchia di Villaurbana, dove bazzicavo assai molto nei miei anni da chierichetto. Non ne capivo il valore, anche se sapevo quanto fossero rilevanti i giornali per l’informazione di quel periodo. Ho potuto apprezzarlo solo quando, da giovane, ho iniziato a coltivare la passione per lo scrivere.

Ho come bellissimo ricordo la soddisfazione di aver visto pubblicato, proprio sulle pagine di Vita Nostra, il mio primo articolo. Scrissi sulla mia comunità parrocchiale: in quegli anni offrivo il mio servizio come animatore di oratorio. Ho continuato, ogni tanto, a scrivere per il giornale. 

Ero universitario, non ho mai smesso di mettermi al servizio della Chiesa sia in parrocchia sia attraverso la famiglia francescana di cui faccio parte; ma le mie attenzioni erano più per La Nuova Sardegna, con cui ho collaborato per ben dodici anni.
In quegli anni feci un errore, legato soprattutto alla mia giovinezza.
Vita Nostra appariva meno. Il quotidiano, invece, dava più lustro e più soddisfazione. Solo dopo tanto tempo ho capito che sbagliavo. Senza nulla togliere a La Nuova, che mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza giornalistica importante, quella che ho sempre sognato e quella per cui ho caratterizzato i miei studi, scrivere per L’Arborense in questi anni, in particolare sotto la direzione di Michele, che ringrazio per la stima e la fiducia nei miei confronti, mi ha gratificato in maniera diversa. Un’esperienza di servizio, di testimonianza e di ascolto. Già… di ascolto. Sembra strano che un giornalista la cui caratteristica è scrivere sia contento perché ascolta.
Ho riscoperto il gusto di incontrare le persone e di ascoltarle per poter narrare le storie attraverso la loro voce e la loro testimonianza. Nel passato mi occupavo di cronaca. Tutto iniziava e finiva nei fatti che raccontavo.
Ho scoperto, dopo, una comunicazione diversa, non arida e fredda come il racconto di un fatto accaduto ma calda e coinvolgente, ricca di umanità, forte come un legame.
Vivo oggi la dimensione della famiglia con mia moglie e quattro splendidi figli. Vivo la dimensione della fraternità nel servizio a Dio e alla sua Chiesa. Ho vissuto tanto, e spero di poter proseguire in qualche modo la relazione con le persone con la sindrome di Down per le quali ho lavorato per vent’anni. Tutti aspetti che in qualche modo mi aiutano ad accrescere ogni giorno il piacere di vivere la dimensione della comunità. Oggi, grazie all’Arcivescovo, segno concreto di Provvidenza per la mia vita, mi ritrovo a dirigere questo storico giornale verso il suo futuro:
è per me è un grande onore.
Verso quale direzione sarà il Signore a suggerirlo: è Lui il timoniere.
Ma ho la certezza che qualsiasi sia la meta indicata, non la si potrà raggiungere senza passare per la strada della comunità. Altrimenti non mi spiego perché avrebbe scelto me.
Non il direttore perfetto ma colui che ama comunicare, ama fare comunione, ama essere comunità.

Mauro Dessì
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