Mercoledì, 01 Luglio 2026

Il Vangelo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


Il commento...

a cura di Suor Nolly Josè Kunnah, FdSG

Gli evangelisti Matteo e Luca ci hanno tramandato un gioiello della preghiera di Gesù, noto come Inno di giubilo o Inno di giubilo messianico. Si tratta di una preghiera di riconoscenza e di lode, apice di un cammino di preghiera in cui emerge la profonda e intima comunione di Gesù con la vita del Padre nello Spirito Santo e dove si manifesta chiaramente la sua filiazione divina.

Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Padre. Questo è il punto centrale e la fonte di ogni preghiera di Gesù. Nel suo vangelo, Matteo usa due immagini: quella del bambino e quella dello schiavo.

Con l’immagine del bambino, Gesù loda il Signore del cielo e della terra per aver nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e per averle rivelate ai semplici e ai bambini. Il greco usa più termini per definire il bambino: Pais, Teknon ma anche Nepios. Matteo preferisce Nepios, che può significare neonato o essere piccolo, ma più significativamente può indicare chi non è ancora legalmente responsabile.

Qual è la piccolezza che apre l’uomo all’intimità filiale con Dio? Quale deve essere l’atteggiamento profondo della nostra preghiera?

Nel Discorso della montagna, Gesù afferma: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8). È la purezza del cuore che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è il cuore semplice come quello dei bambini, di chi non ha la presunzione di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio. Gesù prorompe in questo Inno di gioia al Padre nel contesto dell’opposizione e del rifiuto dei cosiddetti sapienti, mentre ci sono piccoli che accolgono la sua parola e si aprono al dono della fede in Lui.

L’Inno di giubilo, è preceduto dal contrasto tra l’elogio di Giovanni il Battista, uno dei piccoli che hanno riconosciuto l’agire di Dio in Cristo Gesù (cfr Mt 11,2-19), e il rimprovero per l’incredulità delle città del lago nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi (cfr Mt 11,20-24). Il giubilo è relazione all’efficacia della sua parola e della sua azione: Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! (Mt 11,4-6).

La seconda immagine è quella dello schiavo. Gesù osserva che il popolo è oppresso, sovraccarico di pesi e privo di riposo. È il segno preciso che c'è qualcosa che non va nella Legge così come la insegnano i farisei: infatti la Legge garantisce il sabato, ma chi non riposa non può osservare la Legge. Il giogo è un termine figurativo usato in riferimento alla schiavitù (Dt 28,48). Subire il giogo di un altro significava diventarne suo schiavo. Gesù invita, invece, a diventare suoi schiavi, un genere di schiavitù che garantisce il riposo, la pace. Chiunque accetti il giogo di Gesù sarà vero custode della Legge. Gesù non vuole allontanare dall’osservanza della Legge: piuttosto egli libera, mette in grado di osservare completamente non la lettera ma lo spirito della Legge.

Matteo quindi usa le categorie del bambino e dello schiavo, per descrivere i piccoli del popolo, incapaci di osservare la lettera della Legge, come imponevano i sapienti di Israele. Il giogo di Gesù è la sapienza che salva, è lo spirito che libera.


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