Il debito pubblico italiano causa tante difficoltà alla nostra economia, inclusa un’estrema povertà per molte persone. Nel 2022 ha aggiunto la somma di 2.758 miliardi di euro; tra le più alte del mondo.
di Giovanni Enna
L’avanzo primario (entrate meno uscite; senza interessi sul debito) è positivo. Il rapporto deficit/Pil, in lieve discesa, è pari al 145,7% (dopo la Grande Guerra era al 160%; nel 1945 al 100%). Quali cause? Sono lontane nel tempo.
Nei primi anni Settanta la crescita del debito fu allentata dalla tassa da inflazione; con l’aumento dei prezzi si trasferiscono risorse dai creditori ai debitori (signoraggio: ricavi per chi stampa moneta). Nel 1978 la politica economica adottò il sostegno della produzione e non quello della stabilità dei prezzi. Si ebbe una crescita rapida del debito pubblico e dell’inflazione mediante la monetizzazione dei disavanzi pubblici (finanziati con nuova moneta); il deficit raggiunse il 121,8% del Pil (ricchezza creata).
La Banca d’Italia acquistava i titoli pubblici invenduti emessi dal Tesoro per finanziare il proprio debito pubblico; ciò consentiva al Governo di attuare la redistribuzione e gli impieghi senza curarsi molto dei vincoli di bilancio e dell’aumento del debito; che poi esplose. Nell’economia internazionale era in atto una forte inflazione dovuta al secondo shock petrolifero degli anni Settanta quando l’OPEC (Organizzazione Paesi produttori di petrolio) diminuì la produzione e aumentò i prezzi di vendita.
Nel nostro Paese l’inflazione superò il 20%, amplificata dall’indicizzazione dei salari ai prezzi (scala mobile) per conservare il potere d’acquisto dei lavoratori. Ma essa contribuì pure a un incremento ulteriore dei prezzi e per tale motivo fu annullata. Vi fu il divorzio fra il Tesoro e la Banca d’Italia e questo attuò un cambiamento profondo nella politica economica.
Nel marzo del 1981 il ministro del Tesoro e il governatore della Banca d’Italia separarono le funzioni dei due Enti. In quegli anni il rapporto debito/Pil aumentò molto a causa dell’elevato deficit primario (sottratti gli interessi). Con l’utilizzo dei cambi flessibili si verificavano svalutazioni delle monete nazionali per rendere più competitivi i prodotti verso l’estero.
Le esportazioni aumentavano e pure i redditi; crescevano i tassi d’interesse nominali per maggiore domanda di moneta. Intanto, le merci e le materie prime importate, più costose aumentavano i costi di produzione, i prezzi interni e le disoccupazioni per minori vendite delle imprese. Il debito pubblico deflagrò negli anni ’90 con aumento del deficit primario. La politica italiana di bilancio continuò a essere espansiva (ampliamento della spesa pubblica e bassa tassazione). Il rapporto debito/Pil passò dal 56% nel 1980 al 95% nel 1990.
Le speculazioni e le crisi finanziarie sui mercati internazionali si consolidarono poiché vi erano inazioni da parte delle banche centrali nel controllo dell’offerta di moneta per impieghi verso l’estero. Alla fine del XX secolo l’aumento dei prezzi erose parecchio i risparmi degli italiani. Poi, il nostro Paese non volle più essere la nazione dell’inflazione e dei continui svilimenti del cambio. Furono separate la creazione della moneta dai centri di spesa statali. Agli inizi del XXI secolo l’Italia perse la sua sovranità monetaria ma il debito pubblico continuò a crescere insieme alla tassazione; che sgretola il risparmio privato.
Ѐ necessario che la spesa pubblica cresca meno del Pil effettivo.