Trattare di perdono, in astratto, è quasi impossibile, dato che parlarne implica, in chi lo fa, la consapevolezza di essere una persona bisognosa di perdono e al tempo stesso chiamata a dare perdono. La riflessione, dunque, mette alla prova le affermazioni teoriche in relazione al vissuto personale.
A cura di mons. Roberto Carboni*
Le domande che affiorano interiormente riguardo a questo tema sono molteplici: quante volte sono stato perdonato e ho perdonato a mia volta? Di cosa si trattava e come è andata dopo?
Ciascuno di noi, di fronte a questo tema, viene coinvolto in prima persona e non può rimanere solo spettatore dato che vengono messe alla prova le sue convinzioni sia sulle scelte già fatte che su quelle che dovrà fare.
Ci sono diverse domande che bisogna affrontare: cos’è il perdono? Come si perdona e perché lo si fa? Che parte hanno in questa riflessione la vita cristiana e le parole di Gesù? Cosa si può perdonare e cosa no? Posso perdonare a nome di altri o solo quello che mi vede coinvolto in prima persona?
Da queste domande emergono alcune convinzioni che guidano la mia riflessione. Innanzi tutto, il perdono è gratuito. Non è scontato o immediato, ma piuttosto è un cammino, spesso lungo e impegnativo, che coinvolge in profondità chi perdona e chi è perdonato. Richiede una revisione del modo di pensare, un cambio interiore, un contatto sincero con il proprio mondo emotivo e cognitivo, obbligando la persona a inoltrarsi e farsi cambiare interiormente da nuove prospettive. Il perdono è un dono gratuito. Talmente gratuito che non può essere obbligato per nessuna ragione: né per opportunità, né per desiderio di sistemare le cose, di pacificarsi psicologicamente, di chiudere una partita che solo crea ansia e fastidio nella vittima e nell’aggressore. Non può essere obbligato neanche nell’ambito della propria fede religiosa, la quale, seppure inviti a un atteggiamento di perdono, lo presuppone come percorso verso cui tendere, di una decisione che ha bisogno di un lavorio interiore non indifferente, di un dono che viene ispirato dall’alto e chiede poi una risposta: insomma, una vera e propria metanoia o conversione nel modo di considerare sé stessi, Dio e gli altri.
Alla gratuità del dono del perdono si arriva attraverso un cammino che richiede tempo. È perciò legittimo il fastidio che talvolta originano i giornalisti che, nell’intervistare i familiari che hanno subito il trauma di un delitto in famiglia, domandano a bruciapelo: ma lei perdonerà? Lo sguardo sconcertato di colui a cui viene fatta questa domanda, e a cui forse risponde con un secco e determinato No, mostra che non si ha rispetto per quell’elemento che è primario quando si parla di perdono: la necessità di elaborare il lutto, di dialogare interiormente, di darsi tempo per passare attraverso le necessarie tappe del cammino del perdono. Infatti, il primo passo del come perdonare è confrontarsi con la propria rabbia, con la consapevolezza emotiva del torto subito, con la distorsione interiore che il desiderio di vendetta genera. Poi, forse, dopo molto tempo si fa strada la possibilità di perdonare, motivata dalla richiesta di perdono. La vittima stessa comprende che non vuole rimanere congelata nel passato, e nonostante il torto abbia generato e generi dolore, c’è il desiderio di aprire un’altra porta, di darsi la possibilità di un futuro diverso, a noi come vittime e all’altro come aggressore.
Si inizia anche a comprendere e distinguere tra colui che ha causato un danno e il fatto che questa persona non è solo il danno che ha procurato, che la sua persona non si esaurisce nel suo delitto, che non è rimasta congelata, che il tempo è passato anche per lei, suggerendo nuovi modi di leggere il passato e il presente. Solo dopo questo cammino lungo, laborioso, doloroso, si può affacciare la possibilità di una nuova prospettiva generata dal perdono, nella consapevolezza che il passato rimane intatto con quella situazione di dolore ma è il futuro che può cambiare e con esso le persone.
Ecco allora che si fa più chiaro il perché perdonare? Per molte persone i motivi sono esistenziali, per altri si aggiungono quelli legati alla fede. I motivi esistenziali ci chiedono di aprirci a nuove prospettive in modo che chi ha subito il torto non rimanga congelato nel suo passato: senza nascondere o negare i fatti, il dolore che ha provocato, il cambio di vita, occorre aprirsi a una nuova prospettiva, dando a sé stessi e all’altro la possibilità di un futuro diverso, incamminandosi nel sentiero del principio della compassione. Per questo motivo, possono e devono coesistere giustizia e perdono. La giustizia umana chiede che la persona sconti una pena, abbia tempo anche attraverso la privazione della libertà, di ripensare a quanto ha fatto, maturare in lui un atteggiamento diverso nei confronti del suo delitto e delle sue vittime. Certo, in questa prospettiva fa la differenza che l’aggressore chieda perdono. Anzi, secondo alcuni che hanno scritto sul tema, non vi è veramente perdono se non c’è una persona che lo chiede e un altro che lo dà. Ci deve essere una duplice apertura al perdono: in chi lo chiede e in chi lo offre.
Come ha osservato lo scrittor Swinburne non è bene perdonare senza condizioni nonostante il perdono sia dono gratuito. Un perdono incondizionato potrebbe dare l’impressione che l’autore del misfatto non sia responsabile delle proprie azioni, mancando di rispetto per sé e per chi è stato offeso. Le condizioni consistono nel riconoscere la propria azione e sentire la necessità di essere perdonato. Nel dare perdono e nel chiederlo facciamo esperienza di quella che alcuni autori chiamano fallibilità condivisa, cioè la consapevolezza che ciascuno di noi è imperfetto e può commettere errori. Dal punto di vista religioso, e cristiano in specie, si tratta della consapevolezza della inestirpabile tendenza nell'uomo a commettere atti malvagi (il peccato) che invita a avere un'immagine realistica di sé e sconsiglia di ergersi a giudice infallibile dell'altro condannandolo in modo definitivo.
Perdonare senza che il perdono sia stato chiesto è proprio solo della misericordia di Dio che comunque, proprio a causa della Sua misericordia che ci viene incontro per prima, è un invito a renderci consapevoli del nostro male e di rimetterci in cammino. Chi accoglie la parola di Gesù non può fare a meno di confrontarsi con l’atteggiamento di perdono che Gesù ha avuto, stando in croce, nei confronti dei suoi uccisori. Una richiesta di perdono totalmente gratuita e non richiesta e per questo davvero divina. Quando Pietro gli domanda se deve perdonare sette volte Gesù lo invita a liberarsi dalle strettoie di un atteggiamento legalistico e aprirsi alla generosità di Dio sino a settanta volte sette. Gesù però lega il perdono di Dio al nostro perdono verso i fratelli, come ci fa comprendere la parabola dei due debitori. Dunque, anche il perdono non rimane un atteggiamento statico, passivo, puntuale. Un atto dichiarato una volta e poi dimenticato. Esso è piuttosto dinamico e vitale, perché deve mettere in moto in noi, che riceviamo il perdono, la necessità di aprirci a nostra volta al perdono e creare un ambiente benefico, una umanità diversa, ospitale.
*Arcivescovo Metropolita di Oristano, Vescovo di Ales-Terralba