Domenica, 05 Dicembre 2021

Nel ‘600, le condizioni del lavoro svolto dai contadini sardi erano drammaticamente dure.

di Giovanni Enna

 

Un inviato di Filippo II, Re di Spagna, relazionò, nel 1612, la miserevole situazione dei lavoratori, non incoraggiati a migliorare la qualità e la quantità del raccolto dei cereali dall’atteggiamento rapace della burocrazia regia, convalidata dal viceré dell’epoca. Il Parlamento, convocato a Cagliari nel 1624, decise di nominare in ogni villaggio un esperto agricolo locale, padre censor de la llaurera, capace di coordinare tutta l’attività del settore.

Costui doveva gestire un magazzino dove ammassare le riserve comunitarie di grano, cui avrebbero potuto ricorrere i coltivatori in difficoltà a reperire con i propri mezzi le sementi. Questi monti, scriveva Giuseppe Manno, destinati a sovvenire con gratuite prestanze di frumento gli agricoltori che ne abbisognano per sementare le loro terre, e a torli con ciò dalla necessità di sopportare il pagamento di un merito troppo grave, o di un’usura palliata, avevano avuto principio fra noi per i provvedimenti a tal uopo ricercati nelle nostre antiche corti.

Si sentì perciò la necessità di far affluire la semente al processo produttivo agricolo con maggiore regolarità mediante le anticipazioni dei semi destinati alla seminagione e il finanziamento delle coltivazioni per incrementare la produzione agricola. In quell'epoca si diffuse un tipo di contratto denominato sotzaria che prevedeva il conferimento, da parte di un associato, dei buoi, della semente e dell'anticipazione dei denari necessari per il sostentamento delle spese di coltivazione, a fronte dell'apporto della forza-lavoro e dei propri diritti sulla terra comunitaria di un altro socio; i frutti venivano di solito divisi a metà, con restituzione degli animali e attrezzi conferiti. Tale contratto era abbastanza simile ai moderni rapporti agrari associativi, come il contratto di mezzadria, colonìa parziaria o soccida (il proprietario del fondo lo affitta a chi lo coltiva nel comune interesse per dividere i frutti). La sotzaria rappresentò una forma contrattuale capace di potenziare le spinte speculative attivate dalla politica agraria e mercantile di Filippo II.

La sua diffusione fra il ‘500 e il ‘600 provocò l'indebitamento dell'azienda agricola. Per l’agricoltore, l’aumento sproporzionato dei debiti rappresentava, normalmente, un sintomo di bancarotta. Nella prima metà del ‘600, in Sardegna, si manifestò un’espansione della produzione granaria. Gli agricoltori furono incoraggiati a intensificare le coltivazioni a causa di agevolazioni. Le autorità governative, mediante i loro interventi a favore dell'agricoltura, mirate pure a diffondere colture specializzate, come quelle dell'olivo e del gelso, anticiparono quegli orientamenti amministrativi che si manifesteranno concretamente agli inizi del secolo XIX e finalizzati al potenziamento dell’agricoltura, ritenuta l'unica fonte di sviluppo economico dell'Isola. Nondimeno, eventi negativi ne limitarono l'incremento come: strutture organizzative inefficienti, calamità naturali e, specialmente, fenomeni di usura. Non si riuscì a debellare tali avvenimenti nonostante disposizioni amministrative contrarie e condanne ecclesiastiche nei confronti degli usurai.

La Chiesa concesse eccezioni piuttosto che l'abbandono del principio della condanna dell'usura. La posizione iniziale della Chiesa, che considerava la richiesta di un interesse in aggiunta alla restituzione dell'ammontare del prestito erogato come un guadagno ingiusto, fu gradualmente modificata. Apparvero, così, importanti modificazioni alla teoria dell'interesse. Quando intercorreva una dilazione (mora) per il rimborso del prestito, il diritto canonico accettò che il mutuante avesse diritto a una penalità convenzionale che tenesse conto del danno emergente (perdita della disponibilità monetaria) e del lucro cessante (mancata possibilità di guadagno).

Malgrado ciò, gli agricoltori sardi non riuscirono a liberarsi dalle imposizioni durissime a carico di chi possedeva quantità sufficienti di grano ed era disposto a cederle solamente ad alti tassi di interesse, che raggiungevano anche livelli del 200%. Nel 1624 gli Stamenti sardi, consapevoli della grave situazione economica, chiesero che in ogni villaggio si istituisse una struttura idonea a soccorrere gli agricoltori nei momenti di difficoltà. Nel nominare i vescovi sardi, il Papa insistette per la costituzione dei Monti di pietà anche in Sardegna: procurandi erectionem Montis Pietatis; così denominati dalla dottrina sociale della Chiesa. Nel 1638 il vescovo di Ales, un benedettino di nome Miguel Beltràn, fu il primo a costituire un'organizzazione per migliorare la condizione dei contadini. L’iniziativa del vescovo di Ales rappresentò la prima configurazione di Monte granatico. L'obiettivo principale fu quello di fornire la semente ai contadini poveri negli anni di scarso raccolto.


 nella foto, l'ex Montegranatico di Isili

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